La radio riprese a gracchiare come se, dentro, ci fosse uno stormo di corvi bruciati vivi e la ragazza la spense con rabbia. «Giusto» convenne «Non c’è mai nulla di veramente nuovo».

L’uomo sorrise per la prima volta senza smettere di guardare la strada. «Lo diceva anche mia figlia e, ai miei tempi, l’ho detto anch’io. Lo diciamo sempre tutti e tutti crediamo di essere gli unici».

La ragazza non ribatté. L’auto correva tranquilla, come cercando di raggiungere la luce dei fari, e il suono delle ruote sull’asfalto umidiccio pareva l’unico rumore nell’universo.

«Senti…» disse la ragazza «Non te la sarai presa perché ti ho sfottuto un po’, vero? Insomma, non vorrei che ti fossi fatto un’idea sbagliata di me». Si aggiustò i capelli. La ricrescita era davvero più chiara, quasi sul biondo. «Il fatto è che avevo una paura dannata. Non sai quante auto ho lasciato passare. Un paio di volte sono stata sul punto di tornare a quella festa, solo che… le cose stavano per andare un po’ troppo oltre, là dentro, capisci?».

Allungò la mano verso il cruscotto, cercando un pulsante che mancava, poi impugnò l’alzacristalli manuale. Rivolse all’uomo un cenno interrogativo e, quando lui annuì, aprì il finestrino. L’aria della notte entrò nell’abitacolo, spazzando via l’odore del tabacco e dell’alcool.

«Credo che sia come hai detto. Una cerca di vivere a prescindere dai propri vecchi, così dice cose come “non me ne frega niente di voi, proprio come a voi non frega niente di me ”, solo che non è vero, si sa… gli si spezzerebbe il cuore se…». 

Il vano portaoggetti si aprì.

Ne uscirono fazzoletti di carta, mappe stradali, matite smangiate, cassette musicali coi nastri che sporgevano come lingue ansanti, una foto dalle tinte, tra il rosso e il marrone, che assumono tutte le istantanee dopo qualche tempo.

La ragazza la raccolse, studiando la donna ritratta la cui gioventù, ormai, doveva essere sbiadita come quei colori.

L’uomo iniziò a rallentare, dirigendosi verso una massa più scura e squadrata che si elevava nel buio a lato della strada. Accostò.

«Mia figlia» spiegò «Se le avessi permesso di uscire non sarebbe sgattaiolata fuori casa di nascosto. Magari, al ritorno, l’avrei accompagnata io e… be', forse sarebbe finita diversamente. È proprio come hai detto. Una faccenda da spezzare il cuore».

La ragazza si agitò, cercando la sicura della portiera.

«Tranquilla» disse l’uomo «Va tutto bene. È solo che sei arrivata».

Lei lo fissò e lui distolse lo sguardo. Dio, quanto odiava quel momento. L’istante in cui capivano.

«Non lo so, ragazza» disse prevenendo la domanda che gli ponevano tutti, sempre. «Non so se, dall’altra parte, troverai un giardino ubertoso o la grande ruota del karma o chissà cos’altro. Io do solo passaggi. Guido questa bagnarola da… lo hai detto anche tu che ha un mucchio di anni… ma non so come funzioni, esattamente. Non so come è iniziata e non so quando finirà. Forse quando vi avrò accompagnato tutti a destinazione o forse quando sarò riuscito a dare un passaggio a mia figlia».

La ragazza annuì, lentamente, poi, con un movimento straordinariamente fluido (qualcuno avrebbe detto fluido in modo soprannaturale) aprì la portiera e si diresse verso il cimitero, quindi, senza voltarsi, entrò.

Lui attese un istante dopo che fu svanita, poi rimise in moto e partì.

Quella faccenda era dannatamente pesante, ogni tanto.

Tutti quei ragazzi morti, troppo presto e troppo male, e tutte quelle strade…

Sì, la detestava proprio.

E, quel che era peggio, a volte sembrava non dovesse finire mai.

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