Fumiga lenta la massa combusta, arricciandosi con voluttà palpitante al calore sprigionato dall’olocausto di cellulosa e parole.

Parole cesoie, affilate come la lama di un rasoio.

Parole steccati, erette a separare ciò che mai più sarebbe stato uno.

Parole badili, capaci di scavare da sole il più incolmabile dei fossati.

Le aveva forgiate tra le mani senza quasi accorgersene, prendendosi tutto il tempo che aveva giudicato necessario, lasciandosene plasmare a sua volta.

Parole senza ritorno.


 

Attraversata quell’agonia, si domanda quale senso abbia per lui quel mucchietto di cenere, nella quale ciò che un tempo era carta si mescola a ciò che un tempo era codardia.

Si domanda cosa resti di lui, della menzogna che è diventato, gli occhi sgranati fissi davanti a sé, alla ricerca minuziosa delle ultime tracce di una testimonianza che la pietosa voracità delle fiamme aveva consegnato, una volta per tutte, al regno di ciò che sarebbe potuto essere.

E non era stato.


 

Le fiamme avvolgono i lembi residui di carta, mentre l’ultimo scampolo di luce rossastra attraversa la breccia della pupilla per frangersi incolpevole sulla retina. Una ridda di pensieri fanno a botte nel suo petto: era questa la scelta da compiere ?

Non riusciva a spazzare via il dubbio strisciante che quello che aveva appena compiuto fosse, al contrario, l’estremo atto di vigliaccheria di cui si fosse mai macchiato.


 

Quel che rimane del foglio viene divorato dalle fiamme, ed un senso di pace si spande d’un tratto nel suo corpo, tiepido come un orgasmo: in fin dei conti, questa marcia indietro è l’unica decisione che avrebbe dovuto prendere.

Sin dal principio.


 

La fiamma divampa da quella confessione, rammentandole l’umile rango che compete al suo supporto. Tra indice e pollice stringe il fiammifero acceso, che un soffio impercettibile addomestica.

Domando la passione.


 

Quelle lingue gagliarde lo ammaliano come il camino del motel fuori città nel quale tutto era cominciato due mesi prima. Su quella moquette polverosa, l’alchimia dei loro corpi  si era attenuta al cerimoniale consolidato. Sul tavolino accosto al letto, i loro cellulari avevano continuato a vibrare, come un monito; avevano ricevuto l’ammenda che gli spettava: rimanere inascoltati.

La stringe forte, quasi a farle male, quasi a farsi male, nel disperato tentativo di placare la propria sete nell’umida presenza di lei. Un maleficio, questo doveva avergli fatto quella creatura fascinosa e terribile. Sottoporvisi è per lui la più dolce delle torture.


 

Tutto è pronto, la segatura è stata disposta con cura sul palcoscenico che attende il suo protagonista.

Le sue unghie affondano nella lettera come quelle di un rapace sulla preda.

È tempo di sbarazzarsi di quell’insopportabile fardello.

Ha deciso di troncare di netto quella relazione malsana. Lo deve al suo miglior amico, lo deve a sua moglie. Ma, più di tutti, lo deve a sé stesso.

Sono state notti insonni, le ultime, nelle quali fare deserto attorno a sé gli aveva permesso di guardare in faccia quell’illusione mortifera, dritto in fondo ai suoi stessi occhi.

Chiudere con sua moglie per seguire l’altra, dimostrarle che sì, avrebbe avuto il coraggio di fare quel passo: su quella lettera, scritta di slancio, aveva pronunciato la furiosa condanna del loro amore, gettandolo in pasto alle ortiche.


 

Poche semplici parole, impensabili da dirle in faccia, sublimato implacabile della propria codardia.

Parole che, se pronunciate, sarebbero rimaste per sempre immuni da ogni possibile redenzione.

Ridurle in cenere è riaffermare un principio di Verità, la signoria della scelta, che è antidoto all’inesorabilità.

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