Se è vero che in ogni fine è contenuto il seme di un nuovo inizio, quella giornata che scivolava in fretta nella sera gliene aveva fornito la più cristallina delle evidenze.
Il tavolo del bar fumigava ancora dei loro discorsi, ed i resti di diversi giri di consumazioni disegnavano un incomprensibile monogramma sulla tovaglia blu oltremare.

Singolare incontro, pensava, il pugno destro serrato a proteggere un tovagliolo di carta accuratamente ripiegato con impressa sopra una sequenza di cifre che è un lascia o raddoppia: non si sarebbe mai aspettata un così stupefacente fuoriprogramma per un giorno così tedioso, chiedere al quale uno squarcio di cielo no, sarebbe stato francamente troppo.

A dispetto del carattere scostante che le amiche amavano rimproverarle bonariamente, si era trovata inspiegabilmente ad abbassare le proprie difese, a proprio agio a parlar di sé, seduta sul ciglio di un marciapiede, di fronte ad uno sconosciuto; e, cosa ancor più sorprendente, ad ascoltare. Libera da pregiudizi.
Anna guardava i suoi passi colpire il basalto stradale come una mazza la superficie di una grancassa, in fuga dalla bellezza insostenibile di quel pomeriggio, la testa altrove, troppo euforica per riuscire a passare in rassegna le circostanze per lo meno insolite di quell’incontro: nella vita era solita indugiare spontaneamente nei dettagli di quel che le capitava, allineandoli in sensazioni più articolate e ricche di sfumature, riformulandoli in chiave analogica se necessario. D’un tratto era stata raggiunta da un’immagine, a dire il vero del tutto inedita, fuori dalla gittata dei suoi schemi iconografici, tutto sommato prevedibili: sul menù della vita, quel giorno insulso di metà novembre era stata imbandita per lei un’appetitosa tavolata.

Le era sembrato del tutto naturale che lui le permettesse di gettare uno sguardo nella sua vita arruffata di scapolo di mezza età, una professione talmente noiosa da non richiedere alcuna precisazione, uno spirito del tutto libero da vincoli e da aspettative, niente affatto interessato ad apparirle diverso da quel che era. Un uomo risolto, insomma, pacificato, che alla vita non aveva nulla da chiedere, forse perché da essa aveva ricevuto già tutto, forse perché innamorato alla follia di ciò che non aveva, di ciò che non era, e per ciò stesso disposto a lottare per difendere questo suo paradossale patrimonio.

La fila di paste che si erano succedute sul cerchio di metallo del tavolino avevano avuto vita breve, sparite in un lampo nella loro fame di cibo e di vita. Era stato divertente, di tanto in tanto, interrompere il fiume di parole tra le loro sponde per convenire, nell’arco di uno sguardo, che era il momento propizio per fare un nuovo cenno al cameriere.

Avevano cominciato nel più classico dei modi, ordinando da bere: dopo avere attentamente scrutato il rettangolo di cartoncino con i drink della casa, avevano entrambi fatto rotta su una castigatissima acqua tonica, complice forse la paura di sbottonarsi più di tanto al principio di quell’incontro dai tratti sfuggenti, non lo sapremo mai.
Otto. Curioso quel nome, ed ancora più la punta di esitazione nella voce grave e profonda che si era affrettata a giustificarlo con una remota ascendenza teutonica. Di tutti i clienti nei quali si era imbattuta, quello era senza dubbio il più strano che lei avesse mai accompagnato in un sopralluogo.

Il brivido con cui la gelida superficie della seduta l’aveva accolta, non sarebbe stata in grado di dimenticarlo facilmente; fortuna che, seduti ai tavoli del minuscolo gazebo a ridosso del marciapiede, non c’erano che una mezza dozzina di altri clienti: in un riflesso incontrollabile, Anna si era soffermata a considerare i tratti dei volti, sentendosene rassicurare in cambio dal loro anonimato discreto, mentre lui prendeva accordi col cameriere per individuare la loro postazione.

Mentre percorrevano a piedi la manciata di passi che li separava dall’oasi del gazebo in fondo alla stradina, lei aveva fatto caso all’assordante scazzottata tra i loro rispettivi abbigliamenti: lei così formale, impeccabile nell’accostamento cromatico del tailleur rosa cipria di lana d’ordinanza, che si affacciava dai lembi del cappotto d’angora grigio fumo, sull’avambraccio la sottile tracolla di una borsetta beige ed un bracciale in oro; lui, concedendosi ai dettami delle convenzioni che accordavano al cliente una maggiore libertà, in felpa cachi e pantalone di fustagno, ai piedi delle sneakers di un arancione indecifrabile, prossime a fine carriera.
Una asimmetria che si sarebbe volta di lì a poco nel suo esatto contrario, di fronte all’estrema naturalezza on cui lui aveva messo in piedi il discorso, dopo averlo fatto germogliare dal nulla, e che non era passata inosservata alla sbigottita interlocutrice.

La prima impressione che Anna ne aveva tratto, al riparo dell’androne, era stata in realtà alquanto banale, viziata forse dall’impaziente disappunto di lei: il gelo si era sciolto al calore del sorriso innocente che lui, ignaro dei pensieri che la attraversavano, aveva avuto l’imbarazzante ardire di rivolgerle. L’appartamento aveva dovuto accontentarsi di uno sguardo distratto e frettoloso, e venne richiuso pochi minuti dopo, in attesa di un nuovo pretendente.

Un epilogo di questa fatta sarebbe stato impensabile una manciata di minuti prima, davanti all’androne dello stabile nel quale da venti minuti lei, lo sguardo corrucciato dietro gli occhiali da sole, i piedi in preda ad un tremore scomposto, teneva d’occhio spazientita l’orologio ed il cellulare, incerta su quale segnale del primo l’avrebbe autorizzata a mettere mano al secondo: ancora due minuti ed avrebbe chiamato quel cafone, che evidentemente doveva appartenere al numero delle persone convinte di poter disporre a proprio piacimento dell’altrui tempo; avrebbe sfoderato la sua voce più gelida per rinfacciargli la sua diserzione, rispondergli che no, avrebbe dovuto prenotare da capo il prossimo sopralluogo, infine liquidarlo alla svelta perché tra dieci minuti esatti avrebbe dovuto accompagnare un altro cliente a visionare lo stesso immobile, un facoltoso professionista che aveva avanzato una proposta allettante che il proprietario stava valutando con attenzione.

Curioso destino di un agente immobiliare, eterna sorridente raminga tra spazi e vite altrui al punto di perdere d’occhio la sua, di vita.
Fino ad un incontro, incontro al quale non sa dire quando si sia messa in cammino.

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