Averlo incontrato era stato un puro caso: lo avevo atteso alla stazione della metro ogni giorno per un'intera settimana, ma non era venuto.


 

Solitamente prendeva la metro alle 18,45, scendeva ad una fermata prima della mia e si dileguava in mezzo alla folla che lo inghiottiva avida.

Mi ero accorta di lui perché, unico tra i viaggiatori, sembrava circondato da un'aura brillante che lo distingueva ed al contempo lo isolava dagli altri.


 

Aspettavo che arrivasse, lo seguivo sullo stesso vagone e lo osservavo per tutto il tempo. Dal portamento elegante e virile, vestiva in modo sobrio e portava sempre con sé una valigetta a tracolla. Alto, spalle larghe, capelli corti corvini, scendeva veloce dal treno saldo su gambe atletiche.

Quando lo vedevo immaginavo quale potesse essere la sua vita, quali i suoi affetti, le sue aspirazioni, le sue paure. Mi concentravo e mi sembrava di udire frammenti dei suoi pensieri sovrastare tutti gli altri rumori: “Lasciamo andare...non sarà facile, ma è possibile...ogni giorno aspetto... ogni momento è importante...chissà se...”

Doveva avere qualche anno più di me, forse 35 anni, non di più.


 

Mi era capitato di sedermi mentre lui, in piedi davanti a me, si reggeva alle maniglie. Avevo osservato bene il suo viso: i suoi tratti decisi erano addolciti da una bocca carnosa e morbida. Colpivano i suoi occhi: due iridi scure e vellutate tradivano una profondità dell'anima. 

Sembrava non vedesse nessuno, soprattutto me. Devo ammettere che diverse volte ero stata tentata di attirare la sua attenzione, ma ogni volta mi bloccava il pensiero di non sapere perché. Non avevo paura di risultare strana o goffa, come potrebbe pensare qualcuno, no, no, era proprio il fatto di non capire perché avrei dovuto uscire dal mio silenzio e spezzare quella sorta di incantesimo che ogni volta mi avvolgeva quando lo incontravo.


 

Ogni giorno viaggiavamo insieme, lui ignaro della mia esistenza, ed io immersa nella sua. Era bello, ai miei occhi lo era sempre di più. 

Mi bastava vederlo per quel lungo tragitto che percorrevamo ogni sera. Senza saperlo, era divenuto parte della mia vita. Un giorno mi era capitato di sfiorargli la mano mentre salivamo sul treno. Avevo provato una forte sensazione, una scossa, avevo visto il suo volto emergere da immagini confuse. Era stato un attimo e posso dire che non era stato sgradevole, anzi, avrei voluto afferrare quella mano per sentire di più, ma ero solo rimasta a guardare le mie dita come se queste avessero parlato con lui e ora sapessero molto più di quell'uomo.

Che emozione! Sentivo che qualcosa mi era entrato dentro, qualcosa che non avrei potuto ignorare.

 

Così era diventata una gioia l'attesa: ferma dinanzi alle scale della stazione scrutavo la gente in cerca del suo volto e quando appariva sentivo scivolar via il peso dell'intera giornata, mi sentivo veramente felice.

Ma ormai mancava da un'intera settimana ed io non riuscivo a dimenticare il piacere di incontrarlo.


 

Ero triste pensando che non fosse destino: il velo del sogno stava pian piano scivolando via lasciando vedere netti e chiari i profili della gente, la sagoma del treno, le pareti, le scale di quella stazione. Non volevo svegliarmi, eppure il sogno aveva ceduto alla realtà.

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