Attraversare la tundra in novembre è un’esperienza indimenticabile.

Il cielo era di un blu intenso, la strada era una lastra di ghiaccio, sembrava di percorrere una via lastricata di brillanti sotto ai raggi di un debole sole. Qualche casa fatiscente con il tetto in lamiera, da un rudimentale camino usciva il fumo scuro della stufa accesa, altalene immobilizzate dal freddo, qualche bambino, coperto come meglio poteva, cercava di spingerle.

Il lago era una spessa distesa di acqua immobile e bianca, i pescatori, in cerchio, avevano tagliato un cilindro di ghiaccio e vi avevano calato una lenza. Silenzio. Attesa. Un sorso alla bottiglia di vodka ogni tanto, uno sguardo alle poche automobili che passavano. Meno 14 gradi, da lì a poco, saremmo scesi a meno 29.

L’istituto era freddo e spoglio. Ci fecero accomodare sopra ad un divanetto macchiato, rigido, dove ti si congelava il sedere. Fu in quel momento che la vidi per la prima volta: una bambina dagli occhi scuri come due more, incastonati in un viso arrossato dal freddo. Qualcuno la aiutava a salire e scendere le scale, ci spiegarono che era la ginnastica mattutina. I suoi occhi cercavano i miei, sembrava dire: Prendi me!

Fu in quell’istante che arrivò il mio principe: infagottato dentro ad un completo di lana infeltrita a righe bianche e verdi, un sorriso sdentato che mi conquistò all’istante. Fu amore, ma il ricordo della bimba senza nome con gli occhi color delle more mi torna sempre alla mente, in ogni istante, in ogni attimo e continuo a chiedermi se quelle scale l’avranno portata in alto. Me lo auguro.

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