Dopo cena Enrica si rifugiò in camera sua. La scrivania era quasi vuota: una fotografia: lei, le sorelle, nonno Euplio. Il telefono. Tirò fuori dalla borsa i fogli che aveva comprato, erano belli con quel disegno malinconico di nuvole.

Enrica poggiò sul tavolo le penne nuove, cercò un portapenne che le accolse come margherite fresche.

Si sedette. Cominciò a raccontare.

 

La mia storia comincia con mio padre che voleva fare di me un vero uomo, ma niente a che vedere con il portare i pantaloni o fare il pompiere, era qualcosa da incidere nel carattere, incastonare nel cuore. Mio padre era un perfezionista, un bravo orologiaio, abituato a governare congegni minuscoli e fragili, come la vita di un bambino. Odiava le donne, di cui aveva sempre meritato il disprezzo. Sua madre prima, mia madre poi, il tempo di conoscerne l’indole vile e arrogante e arrivava puntuale il rifiuto, la distanza. A certe occhiate di mia madre contro la sua volgarità oscena, lo vedevo ripiegarsi e raggiungere un angolo della casa e, da lontano, guardare torvo la padrona che lo aveva scacciato, come un cane.

Non sono mai stata la sua bambina, tanto per cominciare. Ha esordito con l’attribuirmi una forza fisica diversa dalle mie sorelle: "Fai svitare a lei il tappo della bottiglia, guardate com’è forte… guardate come solleva Ornella…"

Dopo un po’ convinse tutti, anche me, che ero forte, forte come un uomo: un ometto. Questa parola cominciò a rotolare nei discorsi, tutti presero a giocarci, come un gatto che si ritrova per caso in un giardino e dopo poco nessuno ci fa più caso, diventa Il gatto. Il nostro gatto. Io divenni l’ometto, il loro ometto.

Forte come un ometto, giudizioso, prepotente, spavaldo, il congegno si arricchiva di particolari, fino a quando cominciò mirabilmente a funzionare. Tolsero anche il come: ero semplicemente l’ometto di casa. Tic tac, la trappola era scattata.

Avevo cinque anni quando ci siamo trasferiti la prima volta, lo abbiamo fatto una quantità di volte, era diventato normale per me cambiare casa ogni anno. La necessità di tutti questi trasferimenti derivava dall’inquietudine di mio padre: si sentiva sempre sprecato, sottovalutato, era sempre in cerca di un luogo che ne riconoscesse la grandezza.

Le piccole città gli andavano strette, le sue creazioni meritavano palcoscenici più prestigiosi; le grandi città erano distratte da troppe proposte per comprendere veramente il suo peculiare talento. Bla bla bla, casa dopo casa, città dopo città.

Avevo otto anni quando mia madre si rifiutò di seguirlo nell’ennesima incredibile occasione di vedere riconosciuto il suo talento, di diventare famoso come orafo di fama nazionale. Lei era stufa di fare e disfare valigie e, per fermarsi definitivamente, assunse l’incarico di contabile all’albergo ristorante del nonno che ci offrì anche di vivere con lui e con la nonna: avevano una casa molto grande, c’era spazio per tutti.

Mio padre chiese ed ottenne che almeno io partissi con lui, non so cosa riuscì ad inventarsi per convincere mia madre; forse lei mi lasciò andare perché credeva che presto saremmo tornati, magari entro la fine delle vacanze scolastiche, anzi, il fatto di avere un posto in cui tornare, avrebbe potuto accelerare la disfatta e la ritirata ormai consuete.

Appena chiuse le scuole, partimmo. Era giugno.

 

 

La mia nuova casa era situata in un quartiere popolare; c’erano tanti piccoli palazzi, massimo tre piani, uno addossato all’altro come a farsi ombra, e tutti assieme, erano una grossa macchia scura sulla faccia del sole, ridotto a una striscia di sbieco in quell’ eterno crepuscolo. Ricordo il giallo screpolato delle mura e le persiane verdi. Ricordo i passi svelti delle donne con le borse tenute strette sotto un braccio, i loro sguardi furtivi, ricordo gli uomini, enormi, sul balcone, a fumare sigarette eterne: non sorridevano mai. Trascorrevo gran parte del mio tempo a guardare le persone, a cercare di indovinare le loro storie, oppure immaginavo quei palazzi appena dipinti, di un bel giallo vivo, con qualche palazzina in meno per permettere a una carezza di luce di scivolare giù dai tetti, e precipitare dentro le finestre, raggiungere le stanze, ora segrete, di quelle donne, di quei bambini, di quegli uomini ombrosi ai cui sguardi mi nascondevo, dietro le tende appassite della mia casa ammobiliata: camera da letto, due lettini, armadio, un comodino. Cucina: tavolo di plastica, quattro sedie, pensili marroni, frigorifero bianco, piano cottura, due fuochi. Bagno. Ricordo un piccolo specchio poggiato sulla lavatrice: ovale, con delle lunghe gambe di ferro battuto, che terminavano in riccioli aggraziati, come i capelli di una presentatrice che vedevo sempre in televisione.

Dalla finestra dell’unica camera da letto vedevo i bambini giocare a pallone di pomeriggio. Erano quasi tutti maschi: urlavano, si picchiavano.

“Fingiti maschio, almeno ti faranno giocare a pallone” mi disse mio padre una sera. E poi un’altra e un’altra ancora: approfittava di ogni piccola fessura della mia solitudine per infilarci quella soluzione che a forza di ripeterla divenne innocente, innocua, possibile.

Decisi di provare. Mi feci tagliare i capelli da mio padre, corti, gli dissi, capì.

Andammo a comprare pantaloncini e magliette, prendiamoli senza tutti quei fiocchetti, propose.

Quel pomeriggio, ero sola in casa. Nuda, davanti allo specchio, cominciai a vestirmi: pantaloncini, canottiera, gelatina. Mi serviva solo un nuovo sguardo da indossare. Provai e riprovai davanti allo specchio fino a quando qualcosa dentro di me si arrese e quella follia dilagò nel mio sguardo come un’alta marea: non ero più io. Scesi.

Mi fermai ai margini del campetto di calcio. La follia mi rese audace perché c’era una distanza enorme tra me e quello che stavo rappresentando, niente avrebbe potuto veramente raggiungermi e farmi male.

Il capo dei ragazzini si avvicinò.

“Posso giocare?” lo precedetti. Era spiazzato. Disse di sì solo per prendere tempo. Gli avevo rubato la scena. Chissà quale rituale era previsto per quelle occasioni.

Entrai nel campetto, assieme al mio segreto. Ero un maschio: correvo, sudavo, sputavo. Maschio. Anche la voce si era scurita, come se all’improvviso qualcuno avesse abbassato la luce. Ero più luminosa fuori, scintillante di sudore e vento, di urla e adrenalina da competizione, e più scura dentro, in fuga da me stessa, rattrappita in un angolo del cuore. Spento.

Mio padre mi vedeva tornare a casa la sera, sporca di terra e sanguinante di ginocchia sbucciate o dolorante di spintoni e botte. Si faceva raccontare tutto, era avido di conoscere la mia vita da ragazzino. Ascoltava e mi guardava con quella strana luce negli occhi: non ho mai più dimenticato quello sguardo.

Quando mia madre ci telefonava io cercavo di parlarle il meno possibile, la sua sola presenza, la sua sola voce al telefono, mi restituiva la misura di quella follia, nella quale entravo e uscivo come da una porta sempre più pesante, più difficile da aprire e richiudere a mio piacimento.

Lui mi chiamava Enrico. Prima con una certa arguta insolenza, quasi oscena, sembrava dire, sordido: “Sto scherzando… “ poi via via il suo piacere nel condurre quel gioco divenne un non ne posso fare a meno aggiunto in postilla ad ogni Enrico sempre più convinto.

Poi più niente. Basta. Enrico. Senza più argini: marionetta e Mangiafuoco e tutto il resto tenuto rabbiosamente fuori dalla scena. Era finalmente il Dio di qualcuno. Era pieno di disprezzo, le ferite al suo orgoglio erano divenute orrende pustole infette che ne sfiguravano la mente, il cuore, in un delirio permanente di cui io, ero l’ultimo urlo straziato.

Mia madre ci avvisava sempre prima di ogni sua visita. Allora io e lui, in silenzio, sistemavamo i miei vestiti da bambina nell’armadio: le gonne, le camicette, ricordo quella con i bottoncini a forma di cuore e la gonna di jeans con gli strass colorati sui bordi delle tasche; anche le mie bambole ritornavano in bella mostra a sedere sul mio lettino. Rassettavamo, lo facevamo sommariamente e solo quando aspettavamo la visita di mia madre. Lo scatolone con l’altro me veniva lasciato, chiuso, sul balcone della cucina. Mia madre chiedeva sempre cosa fosse, perché non ci decidevamo a liberarcene, ma lui rispondeva che poteva sempre servire per il prossimo trasloco. Rideva. Sorridevano. Come di qualcosa compreso solo a metà.

Lei arrivava di solito il sabato pomeriggio e se ne ripartiva la domenica dopo pranzo: le mie sorelle, il lavoro dal nonno, la reclamavano. Il poco tempo trascorso con noi lo utilizzava per pulire, cucinare, non ne rimaneva per conoscere qualcuno del quartiere, per intuire cosa fosse la nostra vita lì. Con l’inoltrarsi della stagione estiva, il lavoro all’albergo aumentò e le visite di mia madre divennero più sporadiche.

Qualche volta andavamo noi da lei. Mio padre raccontava di grandi apprezzamenti ricevuti da chissà chi, di prossime aperture di un suo punto vendita e laboratorio. Era vero solo che la mattina usciva per andare a lavorare, così diceva, ma io non sapevo dove andasse né cosa facesse.

Nessuno mi chiedeva niente, solo se mangiavo abbastanza e se fossi contenta di fare compagnia a mio padre in un momento così importante della sua vita. Nessuno mi chiedeva, per esempio, se mi sentissi al sicuro.

 

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