All'ora dell'aperitivo in un ospedale senza degenti c'è poca gente. Anche per chiedere informazioni c'è poca gente. Così mi son persa fra corridoi senza indicazioni a cercare il mio reparto fresco di apertura, salendo e scendendo scale sbagliate. Caldo soffocante, la firma su carte che tolgono ad altri la responsabilità per quello che solo altri possono farti e l'eco più temibile che scorre leggera sul video.

Seni grandi in bianco e nero. Aiuta, avere una finestra vicino a te attraverso cui guardare un pezzo di cielo fuori, quasi bianco a quest’ora. Aiuta il caldo che ti fa sentire meno a disagio, lì, sdraiata senza niente addosso, e parole gentili che ti dicono che qualcosa dentro di te sta ormai riassorbendosi...

Ultimo esame prima dell'ultima visita, domani. La cartellina rosa, diventata pure lei una XL, oggi è trasportata  in una borsa di stoffa su cui fan bella figura tutti i re inglesi; alla National Portrait Gallery di Londra si trovano delle meraviglie e con te  a Londra avevamo giocato a quale ci piaceva di più. In metropolitana, scuotendo la borsa con orgoglio, commentavo: "un bon bourgeois, ti piacciono flaccidi e borghesi!", "E a te mascalzoni"  rispondevi, per la mia scelta di un misterioso re a metà strada nella storia d'Inghilterra, con capelli lunghi e occhi neri. 
L'oncologia è in una palazzina un po' triste, lontana dal resto dell'ospedale, la si raggiunge attraverso una sorta di tunnel a vetri. Guardandola dall'alto sembrerebbe il fumetto che esce dalla bocca di un personaggio: una  zona a parte. E fuori, trovando le scale giuste stavolta, un'orchestra di cicale per me in questa serata calda, con la gente che  tira tardi in spiaggia qualche chilometro più in là e l'erba asciutta e gialla di un’aiuola che interrompe l’asfalto.

Vorrei buttare la cartella a terra, vorrei saltare sull’erba e correre, pestarla, far rumore, innaffiarla. 
La mia amica avrà il suo referto, domani.
Avrei voluto salvarti da tutto ciò, tu che non hai paura, dalla paura. Tu, che con tanta fatica hai riportato in forma il tuo corpo, dal vederlo mortificato. Tu che hai un uomo e amici che ti amano, dal non metterli alla prova. Tu che hai un lavoro, dal non rischiare di perderlo. Tu con un corpo da sempre sano, dall’entrare nella nostra aerea gioco invisibile, quella di chi ha perso l’invulnerabilità.
E io che ci sono passata non so dire le parole che forse non esistono, se non a volte scherzando, più spesso tacendo. Non so che attendere con te, e siamo in due diverse nazioni, con la Manica a dividerci, per giunta. Stringerti la mano a tanti chilometri di distanza e con tutta quell’acqua di mezzo… riesci a sentirmi? 
Inevitabilmente, e so che lo sai, qualche volta ti tratto da malata: faccio il censore su me stessa, su certe notizie che vorrei darti, o proprio su cose che mi son successe dopo il cancro. Faccio la delicata, uso la carta velina. Mi dico  che non c’è bisogno di raccontar proprio tutto, forse l’avrei dovuto ricordare sempre, di foderare di carta velina quel mio cestino della vita invece di buttartelo addosso pieno di tutto. E quanti cestini mi hai aiutata a svuotare, in questi anni? La paura che ho provato appena saputo di te era quella che mi ha riportato a quando ti sei, dopo anni di "singletudine", innamorata dell’uomo che avresti poi sposato, tu, persa nella nebbia luminosa dell’amore...
Abituata da tanto ad averti per me, perché delle altre amiche non si può esser gelose, tutte le amiche ti portano dei doni nella vita, se doni anche tu e non chiedi l’impossibile e non giudichi,  e arriva un giorno che, per una parola sentita a caso, forse ti scopri pronta piu’ completa, ricca anche di colori che hanno fatto  di te quello che sei: una bella fortuna, insomma! Ecco, abituata da tanto ad averti per me e sentendoti poi assorbita dal tuo amore, ho avuto paura di perderti. La mamma improvvisamente "sola" perché sua figlia si allontana, orgogliosa di lei ma consapevole di un compito concluso.  Madre di due maschi, mi hai fatto sentire mamma timorosa di una figlia femmina molto amata che si allontanava... e dentro di me una vocina si faceva graffio e sentiero e chiedeva: "avrai ancora tempo per NOI? Mi dimenticherai? Mi amerai ancora?"
L’eterna paura di perdere l’amore quando non capiamo che l’amore "buono" può raddoppiarsi, cambiare faccia, giocare a confonderci, ripresentarsi e farti ballare mentre tu, scettica, ti chiedi chi è quello sconosciuto che conosci. Ma questa volta non ho avuto paura di sentirti lontana, Erica, questa volta ho avuto paura di perderti davvero. Forse la paura che hai avuto tu, che per tanti mesi hai preso aereo e treno e sei venuta a trovarmi, quando io ti aspettavo alla stazione o in cima alle scale, truccata e avvolta in un turbante e cercavo ogni occasione  per riposare. Il freddo che non va via.
È fra le prime cose che associamo al cancro, la paura di morire, ho un’anzianità di servizio rispetto a te, son sopravvissuta e in felice  regressione, ma cancro e morte son gemelle diverse, le conosci come parola composta e solo un po’ alla volta riesci a separarle e ad andare a capo, perché la vita è cambiamento e lavoro, ma affrontare l'idea di perdere un’amica, eh no, su questo sono al primo impiego, non ho lavorato mai.
...quindi torna qui, allunga quel braccio, puoi uscire e volare sopra Londra, salutare il London Eye e il Tamigi, un’occhiata ai Charity Shops che amiamo e certo che ci torneremo! scivolare sulle bianche scogliere cantate dai poeti, superare quell'acqua azzurra e le navi che laggiù sembrano barchette e arrivare in Francia… Per un attimo balena il ricordo di guerre e soldati su quelle rive, quanto dolore prima di esser inghiottiti dal suo colore, com’è verde!

Ma tu non ami poi tanto la Francia e Parigi non ti è mai piaciuta, ci passerai sopra veloce come faceva Peter Pan per raggiunger la sua Isola. E allungo il braccio anch’io, prima di superare le Alpi, rosa di sole in mezzo alle nuvole, ed ecco la Francia, com’è verde! A me la Francia fa venir in mente banalità da turista, gli impressionisti le novelle di Maupassant, i croissant, le portinaie di Maigret, le poesie di Hikmet innamorato sulla Senna, i campi viola della Provenza e Mont St Michel lassù (mettimi uno stop che continuo) e  perdonerai se mi piace sorvolarla lentamente, come faceva Mme Bovary quando seguiva col dito la cartina geografica...  Sì, sì che arrivo, non mi sto perdendo, sto solo divagando come faccio sempre, ma ora  ho finalmente trovato la tua mano e la stringo: riesci a sentirmi?
Gli amici son la famiglia che scegliamo, era un tuo biglietto di  tanto tempo fa appeso poi allo specchio della mia camera, ma questa famiglia esclude la genetica. 
E se la genetica non c'entra ti chiedo, adesso che ti ho trovata tutt’intera e sei tu, non solo la tua mano, nel nostro abbraccio: dovevi proprio copiarmi, testona?

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