Alle quattro del mattino del 5 novembre 2012, le grida di mia madre mi svegliarono di soprassalto. Dal piano di sotto la sentivo stare male e chiedere aiuto.

Presi le chiavi, scesi le scale e bussai alla porta del bagno.

«Mamma, calmati! Apri, ti aiuto io!»

Mia madre cercava di raggiungere la porta, ma non riusciva ad aprirla. Era agitata e anch'io ero spaventata. Nonostante la mia salute cagionevole, cercai di mantenere la calma e le dissi di raggiungere la sala da pranzo e aprire la finestra.

Con uno sforzo sovrumano, ci riuscì. Io scavalcai il muretto per raggiungerla. La trovai a terra e cercai di sollevarla e di calmarla, tenendole la mano mentre chiamavo il 118.

«Non lasciarmi sola», mi disse.

«Mamma, non ti lascerò mai sola», le risposi.

I soccorsi arrivarono dopo circa un'ora. Quando caricarono mia madre sull'ambulanza, mi dissero che avrei dovuto trovare un altro mezzo per raggiungere l'ospedale.

Per non agitarla, le dissi che qualcuno mi avrebbe accompagnata, anche se non avevo trovato nessuno.

Alle sette e mezza presi il pullman e raggiunsi l'ospedale. Al pronto soccorso trovai mia madre in una stanza fredda, distesa su un letto e coperta da un lenzuolo.

Dopo circa un'ora arrivò il medico e mi disse che a mia madre restava meno di un'ora di vita.

Poco dopo, mia madre entrò in coma.

«Dottore, vi prego  fate qualsiasi  cosa per salvarla

Il medico mi spiegò che si poteva tentare una tracheotomia.

«Sì, la faccia», risposi.

Dopo circa un'ora, il medico tornò e mi disse che mia madre era stabile, ma restava in coma. Se si fosse svegliata e le sue condizioni fossero rimaste stabili, forse avrebbe avuto ancora qualche mese di vita.

Gli chiesi di poter restare in ospedale per assisterla. Mi diede il permesso e trascorsi quattro mesi accanto a lei.

Un giorno dovetti tornare a casa per prendere un cambio di vestiti e sbrigare alcuni documenti che la riguardavano.

Quella sera, mentre cercavo di addormentarmi, avvertii una fitta al cuore e sentii che era successo qualcosa di grave.

Il giorno seguente presi il pullman per raggiungere la stazione e salii sul treno diretto a Cosenza. Mezz'ora prima di arrivare, ricevetti una telefonata.

«Signorina, sua madre è morta».

Rimasi sconvolta. Il dolore fu così forte che pensai di farmi del male, ma il capotreno mi rimase vicino fino al mio arrivo a Cosenza.

Una volta arrivata, presi il pullman per raggiungere l'ospedale e andai all'obitorio. Mi fecero trovare mia madre distesa su un tavolo, senza vestiti, coperta soltanto da un lenzuolo. Aveva gli occhi aperti e la lingua fuori dalla bocca.

Quell'immagine mi sconvolse. Telefonai alle onoranze funebri, che arrivarono poco dopo.

Quando chiusero la bara, sentii che una parte di me moriva insieme a lei.

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