“ Siamo ferme al semaforo. Tra due minuti siamo sotto casa tua!” 
Un mese prima avevo accettato la richiesta della scuola di mia figlia di ospitare una ragazza americana per tre settimane.
Si trattava di un progetto internazionale per cui gli studenti americani coinvolti, sarebbero andati in giro per il mondo ad insegnare materie nelle quali eccellono in Patria.
Avevo accettato forte del fatto che in questo modo i miei figli avrebbero parlato inglese per tre settimane e a me sarebbe servito per rispolverarlo un po’.
C’è stato un momento, a mano a mano che si avvicinava il giorno del suo arrivo, in cui mi sono detta: “ Ma chi me l’ha fatto fare di accettare. Avere per casa un’estranea, scombussolerà la nostra vita tranquilla!”, ma avevo dato la mia parola e non me la sarei mai rimangiata.
A posteriori, posso solo dire che era la classica paura dell’estraneo.
Il timore che non mi piacesse: “ Come sarà? Che carattere avrà?” mi chiedevo.
Da mamma italiana verace, le mie preoccupazioni riguardavano il cibo: temevo fosse vegetariana, vegana o schizzinosa. Una rompipalle, insomma. Temevo lo sconvolgimento della mia quotidianità.
Dal semaforo di cui sopra, a casa mia, ci vogliono esattamente due minuti di orologio. In quel lunghissimo lasso di tempo, saltellavo qua e là per controllare che la casa fosse in ordine, parola solitamente sconosciuta a casa mia. Avevo pregato i miei figli addirittura in sanscrito, affinché mi aiutassero a rendere la casa un luogo accogliente. Strano, erano già in modalità ON e avevano capito alla perfezione una lingua sconosciuta: non un vestito per terra, non un pezzo di carta di cioccolatino abbandonato sul tavolo, non una fila di bicchieri appannati di lordume sparsi in giro.
Ci siamo fatti trovare tutti sul portone di casa e l’abbiamo accolta a braccia aperte.
Uno scricciolo di donna con le fossette sulle guance quando sorride, è scesa dalla macchina e mi è venuta incontro.
Mi ha abbracciata forte e in questo gesto così intimo, ho sentito sciogliersi il suo timore. Le mie paure erano le sue, ma raddoppiate perché ci ha confessato che era la prima volta che usciva dagli Stati Uniti e non sapeva una parola di italiano, a parte l’internazionale Ciao.
Jennifer ha vent’anni, l’età della mia seconda figlia. Potrebbe essere mia figlia, ho pensato. E lo è diventata subito, fin dalla prima cena insieme. Ha mangiato poco, anzi pochissimo, ma era stanca dopo un viaggio lungo, lungo ( arrivava da Los Angeles dove abita, ma studia a Boston, al MIT di Boston, mica bruscoline, eh?).
Ha conquistato il mio cuore quando si è alzata chiedendo il permesso per andare in camera perché non si reggeva in piedi dalla stanchezza e mi ha abbracciata.
Sono diventata pazza di lei quando si è avvicinata a mio figlio ancora seduto a tavola ( l’unico ad essere presente la sua prima sera da noi) e lo ha abbracciato ringraziandolo ( lui è arrossito per questo hug inaspettato).
E’ diventata il mio mito quando ha cercato di abbracciare anche mio marito Gregorio, ma lui, impacciato, si è ritratto e lei ha guardato me, mi ha strizzato l’occhio in segno di intesa e mi ha sorriso.
Nei giorni a seguire, mi sono resa conto che gli abbracci che ci regalava non erano un modo per conquistarci: le piacevamo davvero, come lei piaceva molto a noi.
La osservavo per capirla meglio e per entrare sempre più in sintonia con lei.
Lei, per noi, circondati dalle nostre cose, era UNA sola novità.
Per lei, noi siamo stati CINQUE novità in un ambiente sconosciuto con odori diversi, luoghi diversi, usanze diverse.
La mia casa l’ha adottata senza rimostranze. Ha accettato volentieri il suo odore, il suo profumo che è stato nebulizzato in ogni angolo diventando così, di famiglia. Mi piaceva la scia che lasciava: sapeva di buono, di pulito e si sposava alla perfezione con l’odore di casa mia, finché partenza non ci ha separati.
Quando un ospite entra nelle nostre case, lascia sempre un segno del suo passaggio: il profumo, l’odore. Ed è la prima cosa che sento dopo il passaggio veloce di qualche amico dei miei figli.
E’ stato bello salutarsi al mattino con un sorriso.
Era una novità in casa nostra: di solito i miei figli si alzano con la faccia ingrugnita e l’unico suono che esce dalle loro bocche è un grugnito, appunto. Grazie a lei, fin dalla prima mattina, ci siamo regalati sorrisi non forzati e parole inglesi di buongiorno e domande spontanee tipo “ Hai dormito bene?”.
E’ stato meraviglioso tornare da scuola ( insegno) e trovare i miei quattro bimbi a tavola che chiacchieravano e ridevano e si passavano pane, acqua, pietanze senza vomitarsi addosso “ Alzati tu! Preparatela tu la piadina! Prenditela tu, la frutta!”
All’inizio pensavo fosse perché quando c’è un ospite, si sta più attenti alle etichette. Invece mi rendo conto che abbiamo adottato senza troppi sforzi il suo modo di fare perché ci piaceva.
E’ stato stupendo cenare tutti insieme ( tranne i giorni in cui i miei figli avevano impegni sportivi o lezioni di danza), con la tavola imbandita e parlare della giornata trascorsa, e fare domande sulle differenze tra Italia e Stati Uniti, e ascoltare risposte da tutti e sei i cantoni del mio tavolo. Cene lunghissime, ma mai pesanti. I miei figli che in genere si dileguano con l’ultimo boccone ancora tra i denti, stavano volentieri seduti a tavola fino a quando Jennifer non aveva terminato di mangiare.
E’ stata melodia per le mie orecchie sentirli cantare insieme nella lingua che ci accomunava, vederli muovere al ritmo di una canzone, all’inizio goffi e timidi, poi sempre più sicuri e divertiti. Sentirli ridere e scherzare mi ha riempito tante volte di lacrime gli occhi: erano felici davvero, non fingevano.
Non dico che i miei figli non abbiano mai litigato durante questi 21 giorni, ma l’hanno fatto sottovoce, con termini che non mi ricordavano più gli scaricatori di porto.
E l’affetto per questo scricciolo di donna cresceva a dismisura.
Siamo arrivati perfino a sentire la sua mancanza le tre volte che è stata invitata a cena fuori dai professori della scuola dove insegnava.
L’ultima sera è stata divertente, commovente e straziante: logica conseguenza del nostro star bene insieme.
La consapevolezza che qualcosa di meraviglioso stesse per terminare, ci ha reso più vicini. Ci siamo toccati di più, ci siamo guardati di più negli occhi per fissare espressioni che non avremmo più visto.
Ha voluto, con rimostranze degne dei miei figli, offrirci l’ultima cena.
L’abbiamo portata in una pizzeria. Temevo che un luogo estraneo ci togliesse l’intimità e la serenità delle nostre cene casalinghe. Ma non è stato così perché non è l’ambiente a creare i legami.
In quel luogo neutro abbiamo riso, scherzato e parlato come fossimo a casa, senza però mai nominare la parola partenza. Le abbiamo dato i nostri regalini e lei si è emozionata: da parte di Cesare, un portachiavi con la palla di basket ( sport che lei adora); Letizia le ha regalato un dissolvente per lo smalto per lei molto strano ( è un barattolo che contiene della gomma piuma imbevuta di solvente al cui centro c’è un buco: infili il dito, giri il barattolo e l’unghia è pulita); da parte di Simona, un sacchetto di Kinder mini che lei ha adorato fin dal giorno del suo arrivo; la maglietta gialla della nostra Proloco con la scritta “ E’ un sogno vivere a Codogno”, le è stata regalata da Gregorio; e da parte della sua Italian Mom una sciarpa fatta a mano, due cuoricini con le iniziali R e J e un libro in italiano ( il mio, che lei vuole leggere anche se impiegherà tre anni).
E’ stata una cena gioiosa, serena, mai triste, immortalata da foto ricordo che ogni tanto riguardo.
La tristezza, però, ci ha assalito a casa, quando Cesare l’ha salutata prima di andare a letto. L’abbraccio forte del gigante a quello scricciolo di donna è stato lunghissimo: noi lo abbiamo visto, loro lo hanno sentito. La commozione che ha accompagnato le frasi che si sono scambiati è stata contagiosa. Il rubinetto delle lacrime si è aperto ed è stato in quel momento che abbiamo capito e accettato che questa bellissima avventura era terminata. Davvero.
Ci siamo ritrovate, poi, noi quattro donne, sedute al tavolo della cucina, il nostro luogo d’incontro per eccellenza, per l’ultima volta. Ci siamo guardate, ci siamo dette stupidate per alleggerire la tristezza nel cuore, ma poi Simona è scoppiata a piangere senza freni. E mentre piangeva ha detto la frase più bella che racchiudeva i ventuno giorni insieme a Jennifer: “ Ti ringrazio perché hai portato nelle nostre vite una ventata di serenità.”
L’allagamento della cucina è stata la logica conseguenza delle lacrime versate nel silenzio della notte.
Era tardissimo, ma Simona e Letizia non accennavano ad andare a letto, non volevano lasciarla andare via. Ho proposto, allora, di fare un pigiama party e di dormire tutte e quattro in sala. Sapevo che addormentandosi insieme, l’addio sarebbe stato meno doloroso. E così è stato: sono passate dalle lacrime alle braccia di Morfeo senza accorgersene. La stanchezza ha avuto il sopravvento.
L’aereo partiva alle 7 e 30 del mattino. Gregorio ci ha voluto accompagnare perché temeva nevicasse. In realtà voleva salutarla per ultimo.
Il mio scricciolo di donna americana l’ha abbracciato ed entrambi si sono commossi.
Poi è passata a me, la sua Italian Mom, e si è lasciata cullare e accarezzare e bagnare dalle mie lacrime. Siamo riuscite ad allagare anche l’aeroporto!
La nostra avventura era finita per davvero. L’abbiamo seguita con lo sguardo fino a quando abbiamo potuto. Poi, una volta passata sotto il metal detector, è sparita. Era già dall’altra parte della luna.
Questa esperienza ci ha arricchiti davvero tutti quanti. Io ho riscoperto dei figli meravigliosi ( non che non lo sapessi, ma l’avevo dimenticato nella quotidianità della nostra vita), capaci di accettare che un’estranea, seppur fantastica, entrasse nel cuore della loro Mom. Si sono stretti un pochino per lasciare spazio a Jennifer. E loro hanno scoperto una mamma diversa: più serena, più sorridente ( come ha detto Letizia tra le lacrime l’ultima sera), una mamma capace di fare entrare un’altra bimba nel suo cuore senza nulla togliere a loro.
I buoni propositi sono quelli che faremo di tutto per rivederci: di qua o di là non importa.
Se succederà, ve lo racconterò.
Per ora vi dico che la ventata di serenità che Jennifer ci ha portato, continua. A tavola ci capita di parlare inglese e ridiamo, ma non è la stessa cosa di quando c’era lei.
So che questa carezza non durerà per sempre: saremo presto reinglobati nella quotidiana alienazione e ognuno tornerà a fare le sue cose allontanandosi un po’ giorno per giorno. Ma ogni volta che riceveremo notizie di Jennifer, so che ritorneremo a respirare il refolo di quella serenità che lei ci inconsapevolmente regalato.
Thank you Jennifer, I love you so much.

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