«La porto io dal medico e...» Elena gli puntò contro l'indice «stasera ne parliamo». Si rivolse alla figlia che teneva in braccio come quando era molto piccola. «Ti va di andare dai nonni stasera?».
La bambina non rispose.
Dino stava in piedi al centro del corridoio. Tra il raffreddore e gli strilli di Giada si era svegliato tardi... e la consegna della relazione era prevista per quella mattina.
Elena uscì scuotendo la testa, ma senza sbattere la porta. Sua figlia non lo salutò.
Era così che facevano. Ti portavano via i figli, ma iniziavano coi calzini.
Ciabattò verso la stanza della bambina, si fermò qualche istante, poi si chinò, frugando sotto il letto.
Se c'era un posto dove il mostro dei calzini avrebbe potuto nascondersi era proprio quello. Lì, Giada non avrebbe guardato mai.
Annaspò nello spazio tra la rete e il pavimento, poi li trovò e li tirò fuori.
Erano tubolari elastici, e con qualche sforzo, si sarebbero adattati ai suoi piedi.
Se li avesse rivoltati, poi, non si sarebbe visto neppure il disegno di Hello Kitty.
Certo, non erano i suoi calzini bianchi, ma non aveva il tempo di mettersi a cercare nella biancheria.
Se li strinse al petto.

«Sono qui» .
Dal bagno, Dino sentì sua moglie chiudere la porta.
«Sei in anticipo» disse Elena.
«Dobbiamo parlare» le rispose, poi ne udì i passi percorrere la casa e dirigersi verso di lui.
Dobbiamo parlare, certo, ma non di quello che pensi tu. Non di Quadri che mi dice “lei comprende che la scelta è sin troppo facile, Sig. Borletti”, né del suo sguardo o di quello di Crociani. Ma tanto non serve. Perché avevi previsto tutto vero? Per questo li hai fatti sparire. Sapevi che, se li avessi avuti addosso, avrei conservato il posto.
«Non ci sono» disse indicando la lavatrice.
«Ma ti pare il momento...».
«Non ci sono!» ringhiò Dino Borletti.
«Dino, ma cosa.... non stai be...» non finì la frase. Dino non stava bene e non c'era bisogno di dirlo. In ogni caso, non ne avrebbe avuto il tempo.
«NON CI SONO!» ruggì l'uomo afferrando sua moglie per il collo e spingendole la testa dentro la lavatrice.
Era un modello con carica dall'alto, chiusura ermetica e sportello in metallo. «Non ci sono, non ci sono noncisonononcisono!!» urlò sbattendo il coperchio della lavatrice sul collo di Elena. Le mani della donna artigliarono l'aria, invano.
«NON CI SONO NON CI SONO!!» Il metallo si deformò. Schizzi di sangue rigarono la superficie smaltata. Le unghie della donna trovarono la guancia del marito e l'artigliarono lasciando solchi profondi. Lui la ignorò. I movimenti di lei si fecero più frenetici, ma più sconnessi.
«NONCISONONONCISONO!!» latrò l'uomo.
Per un po' si udirono solo le urla soffocate di sua moglie e il ritmico bump bump bump dello sportello contro la nuca. Poi solo i tonfi. Poi niente del tutto.

Non era un gran pulito.
Dino sollevò i calzini, scrutandoli nella luce piena del salotto.
Bagnandosi, le scarpe avevano lasciato giù un bel po' di colore, ed era necessario rilavarli. Forse per questo Elena li aveva rimessi nella cesta dei panni sporchi.
Ma no. Voleva buttarli. Anzi. Voleva nasconderli per darli a Crociani. O magari a Quadri.
Li osservò da ogni lato. Se ne sarebbe occupato lui. E comunque, anche se avessero preso un po' di colore, non sarebbe stato un gran danno. Era il suo colore, dopotutto. E quelli erano i suoi calzini.
Passò davanti al bagno gettandovi un'occhiata distratta. Elena sembrava intenta ad un'accurata ispezione della lavatrice. Tanto accurata da richiedere l'eternità intera.
Entrò nella stanza da letto.
Il mostro dei calzini bianchi. Che sciocchezza. Nessun mostro avrebbe potuto annidarsi sotto il letto di Giada: era troppo basso. Ma il loro....
Lì sotto avrebbe potuto nascondersi qualunque cosa senza che nessuno la trovasse mai più.
Strisciò nella vacuità tenebrosa e fredda tra la rete e il pavimento, stringendo al petto i calzini bianchi perché la polvere non li sporcasse.
E lì rimase.

«Ebbene, cosa te ne pare?»
«Mah... Margherita, che cosa devo dirti... sistemarla, l'hai sistemata bene, pagarla, l'hai pagata poco, solo che...»
«Aaaah, tranquilla, risparmiati le allusioni. So tutta la storia. So anche che lui non l'hanno mai trovato».
L'altra donna sorseggiò il the come se, di colpo, fosse diventato molto amaro.
«E Giorgio? Lui....».
«No, no, per carità... tutto a suo tempo: sai com'è: fatica ad adeguarsi ai cambiamenti. Sbaglia a entrare nelle stanze, non trova mai niente...» .
«Margherita», disse l'uomo Giorgio dall'altra stanza, «hai visto le mie ciabatte?».

La donna, rivolta all’amica, alzò gli occhi al cielo, sbuffò e disse: «Ma è mai possibile che...».

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