Quando l’assordante sirena iniziò a suonare il mondo si fermò.

 

Per un attimo, brevissimo, tutto fu sospeso. Gli istanti necessari a registrare il cambiamento della situazione e la realtà tornò violentemente con il fragore della tempesta, lo sconquasso del terremoto e la voce dura del capo dei rapinatori che urlava: «Tutti a terra! Faccia sul pavimento. Chi si muove è morto!».

 

«Non so chi abbia lanciato l’allarme ma non vi ha fatto un bel regalo. Ora siete all’inferno con noi. Aprite bene le orecchie e ascoltate. La vostra speranza è che riusciamo ad andarcene da qui. Se noi ce ne andiamo lo farete anche voi. In caso contrario questa banca sarà l’ultimo posto che vedrete e seguirete la nostra sorte. Quindi collaborate e non fate stupidi colpi di testa o inutili atti di coraggio. Noi, a questo punto, non abbiamo nulla da perdere».

 

«Tu» aggiunse rivolto a un’impiegata piccolissima e tremante, «chiudi bene tutte le tende delle vetrate. Da fuori non devono vedere niente di ciò che accade qui. Le telecamere sono già fuori uso. Sbrigati e poi torna dove sei!». La ragazza singhiozzando eseguì rapidamente l’ordine e si ributtò a terra.

 

***

 

Alberto, steso in terra con la faccia sul marmo gelato del pavimento della banca, aveva subito l'ondata di panico terrorizzato al pari dell’altro cliente e dei tre dipendenti dell'istituto di credito.

 

Non ci aveva messo molto però a recuperare la tranquillità. “Sei un uomo fortunato, ricordalo sempre” si ripeteva mentalmente. ”Hai già vissuto situazioni che sembravano sfortunate. La buona sorte però ti ha immancabilmente tirato fuori dai guai!”.

 

Intanto osservava i sussulti della giovane impiegata che, distesa a terra nella porzione di pavimento che poteva vedere, continuava a piangere silenziosamente. La capiva. Come capiva gli altri tre che, a differenza di lui, non potevano contare sulla certezza del fato favorevole.

 

***

 

Mentre sentiva in sottofondo le voci concitate dei due rapinatori che discutevano tra loro animatamente, Alberto ripensava a quando, da ragazzino, aveva cominciato a considerare più che semplici coincidenze gli episodi fortunati che gli capitavano frequentemente. 

 

Da sempre, se c'era una scelta da fare con gli altri bambini per una posizione di privilegio nei giochi o per decidere chi vinceva, non c’era storia. L'estratto era sempre lui. La monetina mostrava immancabilmente la faccia scelta da lui. 

 

All’inizio non aveva dato gran peso alla cosa. Crescendo però la fenomenologia si era estesa a cose più importanti. Per tre anni consecutivi aveva vinto il primo premio della lotteria scolastica di beneficenza delle medie, cui le suore davano tanto rilievo a Natale. 

 

Un solo biglietto ciascuno ai cinquecento studenti. Per tre anni estratto sempre quello di Alberto e, probabilmente, suor Emilia sollevata quando lui era approdato alle superiori.

 

***

 

In banca uno dei due rapinatori ruppe l’altoparlante dell’allarme, eliminandone il rumore fastidioso. Restarono in sottofondo i suoni esterni delle sirene delle forze dell’ordine che circondavano l’edificio. Nel silenzio nervoso della stanza squillò un telefono sul bancone. 

 

Il capo dei rapinatori, con un gesto deciso, sollevò la cornetta e rispose. «Pronto!». Rimase in ascolto per qualche secondo e quindi riattaccò dopo aver detto in modo brusco: «Ispettore, poche chiacchiere. Ho cinque ostaggi. Se entro un’ora non c’è un'auto veloce qui davanti con cui me ne andrò portando con me due di loro senza essere seguito, comincerò ad ucciderli uno ogni trenta minuti. Non ho niente da perdere e non esiterò!».

 

***

 

Alberto dalla sua scomoda posizione riusciva a vedere l’orologio digitale sulla parete e calcolò che l’ultimatum scadeva alle sedici e quarantaquattro minuti. Pur nella evidente drammaticità della situazione non poté fare a meno di pensare ai famosi gatti in fila per sei con il resto di due. Si diede del cretino per il pensiero e per il lieve sorriso che gli era salito alle labbra. 

 

In realtà, comunque, non era realmente preoccupato. Da quando si era ripreso dal panico iniziale, si ripeteva che esagerare con l’ansia sarebbe stata un’offesa alla sorte che fino ad oggi si era sempre presa cura di lui. Una forma di irriconoscenza che il fato, da sempre suo fratello benigno, non meritava.

 

Tornò con la mente ai tempi delle scuole superiori. Al pari del periodo delle medie, ogni volta che andava operata una scelta vantaggiosa tra lui ed altri il risultato gli era sempre stato favorevole. A cominciare dall’ultimo posto disponibile nella sezione migliore del liceo. Un ultimo posto per quattro famiglie pretendenti che non avevano esitato ad usare ogni mezzo per riservarlo al loro rampollo. Conoscenze altolocate e amicizie "strategiche” all’interno dell’istituto scolastico evidentemente si erano bilanciate e nessuno era riuscito ad imporsi sugli altri.

 

Il Preside, anziano e ormai avvezzo a certe situazioni, aveva salomonicamente optato per un equo sorteggio alla presenza di tutte le parti interessate. A quel punto Alberto conosceva già la fine certa della storia e aveva festeggiato dentro di se il risultato inevitabile. Naturalmente fu estratto il suo nome con scorno delle tre famiglie sconfitte che dovettero far buon viso a cattivo gioco.

 

Nel tempo si ripeterono situazioni simili. Ogni volta si verificava un sorteggio in cui era coinvolto Alberto il risultato lo vedeva sempre come prescelto. Ormai aveva compreso di avere un dono. 

 

Non ci volle molto anche a capire che questo rischiava di creargli problemi con gli altri compagni. Superata l’ebbrezza iniziale, cominciò a evitare tante situazioni in maniera che la sua capacità non fosse troppo evidente. Riservò le sue chance vincenti solo a cose estremamente importanti e favorevoli per lui. 

 

Non poté evitare di essere considerato fortunato. Ma non divenne mai un incubo per i suoi coetanei lasciando loro delle possibilità nelle cose più comuni e meno eclatanti evitando di parteciparvi. 

 

Ad esempio, per tre anni su cinque non comprò biglietti della lotteria di autofinanziamento del liceo e quindi, quando negli altri due anni vinse inesorabilmente il primo premio, non generò troppo scalpore ma solo amichevoli pacche sulle spalle.

 

***

 

L’orologio sulla parete aveva numeri per ore e minuti ma non era un vero display elettronico. Si trattava di uno di quegli oggetti, andati molto di moda anni addietro, in cui i numeri erano scritti singolarmente su piccoli pannelli in due serie per le ore e due per i minuti. Ogni minuto c’era uno scatto meccanico e il numero giusto sostituiva quello precedente. Impossibile quindi ignorare lo scorrere del tempo sottolineato crudelmente dal "tac” impietoso del meccanismo.

 

Lo squillo del telefono, nel silenzio generale, fece sussultare Alberto. Il capo dei rapinatori rispose brusco «Pronto». Ascoltò, per un tempo brevissimo, l’interlocutore dall’altra parte e quindi esplose. 

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