Non sa più da quanto tempo sta aspettando.

I vestiti le si incollano addosso per l’umidità del Bassone, la Casa Circondariale di Como, mentre cerca di mettere a fuoco il caso de “La Gatta dell’Est”, l’assassina moldava, che la stampa ha così ribattezzato per il modo con cui ha commesso il duplice omicidio: ha trucidato a mani nude, apparentemente senza una ragione, un uomo e un bambino di pochi giorni.

Il suo uomo e il suo bambino.

 

La mente di Viola è disturbata da qualcosa, come un minuscolo sassolino nella scarpa, ma non riesce a capire quale sia l’elemento dissonante.

Qualcosa le sfugge, ma cosa?

Ha esaminato più volte gli incartamenti: la ricostruzione degli inquirenti, le testimonianze dei vicini, le fotografie della scena del crimine, le perizie dei suoi colleghi psichiatri.

Le è rimasta impressa quell’unica fotografia della donna, che la ritrae all’epoca del suo arrivo in Italia, giovane e attraente nel vezzoso abitino a fiori rosa e gialli.

Eppure qualcosa, in quel concentrato di ipotesi e verità, la disturba profondamente, tanto da averla indotta ad anticipare il secondo colloquio.

Spera di riuscire a focalizzare il particolare stonato per rimetterlo a posto.

 

<<Ehi, Loiatte, fai l’orario estivo oggi?>>, lo apostrofa l’agente di guardia.

<<Sì, bello mio. Ho altri progetti per il resto della giornata, che compilare pallose scartoffie>>, gli risponde strizzando l’occhio maliziosamente.

Luca esce dal 7 di Viale Roosevelt subito dopo pranzo.

In Questura è stata una mattinata tranquilla, così ha preso il pomeriggio libero.

Vuole convincere sua moglie a cenare in barca: un picnic sotto la luna, solo loro due, come quando erano fidanzati.

Deve passare a comprare l’occorrente per il mangiare e poi fare benzina alla Pussycat, un Molinari fatto apposta per le profonde acque del lago di Como.

Il problema del cibo è risolto: andrà in quel minimarket di via Borsieri, quello che secondo lui è per “fissati dell’alimentazione”. Lì è sicuro di trovare i sandwich vegani per sua moglie, ma anche qualcosa di più sanguinolento per sé.

La giornata è afosa, ma nella sua mente si materializzano scene di frescure.

 

Quando la porta si apre, Viola ha un sobbalzo.

La guardia fa entrare la giovane, spingendola fino alla sedia di ferro. Una donna minuta e semplice nell’abbigliamento dimesso della divisa carceraria, che non dà l’impressione di essere una pericolosa pluriomicida.

Viola nota che ha lo stesso atteggiamento del loro primo incontro: lo sguardo assente, la postura rigida, quasi difensiva, i passi lenti, troppo lenti anche per quel caldo infernale.

Data la sua professione di psicologa e psicoterapeuta, è abituata a quelle accoglienze fredde, perché il suo intervento, generalmente, è richiesto dall’Amministrazione penitenziaria o dalla Magistratura di sorveglianza.

Soprattutto è abituata alla diffidenza dei detenuti, che non sapendo precisamente cosa sia uno psicoterapeuta, la identificano come una spia al servizio del Sistema.

Ma la sua spontanea cordialità, il suo calore umano e i suoi occhi sinceri, generalmente riescono a superare il sospetto e a instaurare un clima di fiducia.

Questa volta, però, qualcosa le dice che non sarà così facile.

 

La Gatta emana una sensazione di assoluta estraneità, come se quel viso, così minuto e pallido, non potesse appartenere a un’assassina e si trattasse di qualche errore giudiziario – non raro nel nostro Paese.

Il suo silenzio e lo sguardo ostinatamente rivolto alla finestra non hanno bisogno di interpretazioni freudiane: la donna è lì perché obbligata e non ha alcuna intenzione di cooperare.

Forse non ha nemmeno coscienza dei crimini di cui è accusata. Un po’ come il caso di Cogne, dove la Franzoni, dopo aver massacrato il figlio, aveva cancellato il ricordo del delitto, rendendo così impossibile una sua collaborazione.

 

Da fidanzati avevano l’abitudine di uscire in barca, dopo il lavoro.

Salivano sulla loro 996 gialla e in pochi minuti erano al porto di Marina 1, dove tenevano ormeggiata la Pussycat. Il tempo di toglierle il telo, caricare le vivande, ed erano già lontani dallo stress della giornata e dal caldo afoso di Como.

Quasi sempre puntavano dritti alla Villa Pliniana, nota per la misteriosa fonte intermittente e le tante storie, alcune vere, altre leggendarie; ma soprattutto nota ai natanti per la freschezza della sua insenatura, sempre in ombra.

A Luca piaceva andare là perché sua moglie, normalmente un’ottima nuotatrice, nelle acque davanti alla villa Cinquecentesca si “paralizzava”.

Tutte quelle leggende di fantasmi e di corpi falcidiati dai nazisti, le cui membra riposerebbero sui fondali neri e melmosi, la rendevano incapace anche solo di entrare in acqua, così che lui poteva prenderla un po’ in giro e farsi vedere superiore.

Tutto parte di un lontano passato – pensa amaramente Luca – quando le cose tra loro due andavano bene.

Ultimamente, invece, si parlano davvero poco, o addirittura litigano.

Lei lo accusa di essere troppo assorbito dal lavoro e di avere orari impossibili. Ha anche sospettato che avesse un’amante.

Lui, invece, non sopporta il nervosismo e l’umore depressivo di lei, ossessionata dal suo lavoro, o, meglio, da quell’idiota del suo capo.

A Luca sta sulle balle perché, privo di competenze professionali, di esperienza e di leadership, è stato messo in un ruolo dirigenziale dal paparino, a sua volta assunto dal suocero. Un classico caso di nepotismo, piaga del nostro Paese.

A Luca piacerebbe dargli una ripassata anche per l’arroganza con cui il bastardo, abusando della sua posizione, tormenta e umilia i collaboratori più stretti, tra cui Viola. Motivo per cui lei è da mesi una corda di violino e lui si è offerto più volte di sistemare la questione, ma Viola l’ha sempre bloccato, ricordandogli che è perfettamente in grado di badare a se stessa.

In realtà Luca non ne è così convinto, però accetta la volontà di sua moglie, almeno finché lo stercorario non oltrepasserà un ragionevole limite. In quel caso, la ripassata si riserva di dargliela da solo e a mani nude!

 

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