L'epidemia stava dilagando, aveva invaso il territorio varcando non solo i confini antropici, ma anche quelli naturali. 

L'origine era lontana. 

Oltre l'oceano che divide Europa dalla terra che porta il nome del grande Vespucci. Trasportata come rimedio ad altro dannoso parassita di medesima provenienza, si mostrò, invece, ancora più virulenta e mortifera del predecessore; il farmaco, d'altronde è bifronte come l'antico Ianus. 

Il futuro cura e, al contempo, il passato avvelena. 

Le radici della storia stavano per essere cancellate per sempre dalle minuscole uova di un parassita distruttore. 

Centesimino, chiuso nel suo palazzo, non si azzardava ad uscire: la disperazione che le notizie gli giungevano dall'esterno lo avevano reso timoroso e pavido. Si coricava presto la sera, dopo una frugale cena. Bastava un uovo ed una patata scondita. Per non consumare candele, ne accendeva una sola. A volte inciampava nel percorrere la scalinata che lo conduceva al piano superiore. Il tremolare di una sola fiamma confondeva la vista. Sapeva che lo chiamavano per questo: Centesimino. Non se ne curava. Parsimonia non è avarizia. 

Un mattino di sole, aperti gli scuri della camera da letto, notò un ramo con giovani foglie pentagonali che si protendeva da dietro un vecchio carro in legno in disuso, la cui struttura era utilizzata l'inverno per la grande stufa in maiolica. 

Senza vestirsi corse in cortile e con delicatezza accarezzò quelle foglie perfette. 

"Tu non puoi stare qui!" - le sussurrò - "Se no morirai...tu sei la cura!". Indossati maglia, braghe e scarponi sollevò la pianta dal terreno e, richiuso il portone alle sue spalle, si diresse ad est, ove la pianura si elevava a collina. 

Su una di esse sorgeva un antica torre in mattoni rossi. Pini secolari la cingevano. Le pendici della collina ospitavano un bosco di dolci fichi. La strada si srotolava tra campi ove regnava la distruzione. 

La struttura della torre era strana, lo affascinava. Un esagono a doppio puntone: due punte ad angolo retto e gli altri angoli ottusi. Alla vista appariva quadrata ovvero ottagonale a seconda del punto di osservazione. Centesimino si soffermò a scrutare la pianura sottostante che declinava sino al mare, di cui nelle giornate terse potevi vederne il colore. 

Gli occhi si inumidirono. I fuochi che, tradizionalmente, punteggiavano la campagna per accogliere la primavera, a fine febbraio, ora erano forieri di un inverno cupo e oscuro. L'odore acre del fumo pungeva le narici con la sua tristezza. Centesimino, però, si rincuorò. La pianta era al sicuro ed era sana. Trovò la giusta collocazione e la immerse nel terreno.
Quella piccola vite crebbe velocemente e Centesimino, grato di tale dono, desiderò condividerlo con coloro che avevano bruciato i loro morti.
Alcuni anni dopo, Centesimino scomparve. La terra che aveva tanto amato, lo volle tutto per sé, non senza riconoscenza. Così come coloro che ricevettero il suo dono. 

Ora, la pianura intorno alla torre è preziosa; grappoli di bacche rosse offrono bicchieri di rubini vanigliati alla mora con profumi di fragola e ciliegia. 

Basta un bicchiere di Centesimino e anche il vecchio Ianus dimentica il passato, volgendo entrambi gli sguardi al futuro.

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