Seduto al bancone del pub, un ometto basso non più di un metro sistema i cuscini che tiene sotto al sedere, esplode in un fragoroso rutto e ne chiede un’altra al vecchio O’Connor.
Il vecchio O’Connor in realtà non è tanto vecchio. E non si chiama O’Connor. Si chiama Arnaldo Fumagalli, nato circa cinquant’anni fa in un borgo immerso talmente a fondo nella nebbia della Pianura Padana, che d’inverno la gente ne dimentica il nome, non potendolo più leggere sul cartello posto all’ingresso del paese. Sta di fatto che a diciotto anni è partito con lo zaino in spalla alla volta delle verdi vallate irlandesi, alla ricerca di se stesso. Tornò quasi tre anni dopo: aveva trovato la birra e se ne era innamorato. Decise di portare in Italia la sua nuova compagna e che insieme avrebbero vissuto per sempre felici, decise che si sarebbe fatto chiamare O’Connor, che avrebbe aperto un Pub e avrebbe fatto di tutto per farsi spuntare una bella pancia tonda e sporgente da vero spilla birre.
Il Pogue Mahone, così si chimava il pub, aveva aperto da poco più di un anno quando una sera si presentò al bancone quello che sarebbe diventato il cliente numero uno del locale. Ci volle un po’ prima che si accorgessero di lui in effetti. Da dietro le spine, sembrava solo che qualcuno avesse dimenticato un bel cappello a cilindro di velluto verde su di uno sgabello. Quando però videro una manina (pelosa) porgere frenetica una moneta sul bancone, si trovarono davanti a qualcosa, o meglio qualcuno, di cui Arnaldo aveva sentito parlare lungamente durante i suoi anni trascorsi in Irlanda.
Un omino. Lo stesso omino che apre questa storia con un rutto e una pinta vuota. E’ calzato in un elegante abito verde smeraldo, ben tagliato, riccamente decorato e con due file di bottoni dorati, quattro per fila. Ha lucenti fibbie d’oro anche sulla cintura e sulle scarpette numero 32. In vita porta una pezza di stoffa gialla e una piccola sacca di pelle.Dentro, la sua pipa di cervo e uno scellino.Ha un forte accento anglo-sardo, una testa tonda e pelata, lucida come mai se ne erano viste, e una folta barba rosso scuro che aveva ereditato da sua madre. “Soltanto che lei ha dei baffi più folti…” potevi sentirlo raccontare ai clienti occasionali del pub che si fermavano a scambiare qualche parola.
Da quel giorno il piccolo uomo fu cliente fisso del pub, buon amico del gestore, e compagno di bevute di molti. E a tutti raccontava ogni sera le sue vicende. Storie di tesori e arcobaleni, di pallacanestro e di quando abitava a Boston, di pecore e calzoleria. Ogni tanto portava la pipa a un angolo della bocca, sputava sulla sua pezza e si lucidava la pelata con sonori colpi di panno. Quella pelata sapeva di birra e avventura.
E lui raccontava a tutti dell’isola che gli aveva dato i natali; “…che avrà pure un cuore di terra, ma abbonda d’amore nell’accarezzare i propri figli che si rotolano nella brughiera.”diceva.
Raccontava di come nel corso degli anni più d’uno avesse cercato di portargli via le sue ricchezze e di come fosse sempre riuscito a mettere in salvo la sua fortuna. Di quel tipo che cercò di attirarlo nel suo giardino creando un arcobaleno con un irrigatore per campi, e del suo misterioso annegamento.Raccontava della sua famiglia, della madre barbuta e dei suoi due fratelli.Il maggiore aveva recitato nella più grandiosa saga fantascientifica di sempre, ma non lo si vedeva mai perché stava chiuso dentro a una bidone ambulante blu e bianco. Non avendo avuto fortuna come attore, aveva cambiato pettinatura e si era messo al servizio di un insolito produttore di dolciumi. Il fratello minore era rimasto nella terra natale e faceva mercimonio del suo corpo affittandosi per campionati di lancio del nano e addii al celibato (leggenda vuole infatti che le genti del nord usino ammanettarsi a un nano per tre giorni filati appena prima del matrimonio).
In quanto a lui, aveva accettato molti anni prima un posto da mascotte per una famosa squadra di pallacanestro americana. Non sopportando di essere l’unica persona di molto sotto al metro e novantacinque di altezza vendette i diritti di sfruttamento della propria immagine, mise al sicuro i soldi e aprì una piccola calzoleria ad Abbiategrasso.


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