All’una e undici della notte del 25 agosto 1914 la morte scese dal cielo su Anversa, e io la vidi arrivare.

Ero nella mia stanza all’Hotel St. Antoine. Avevo passato la serata a leggere giornali inglesi e americani, pieni di dispacci sulla guerra che avanzava come una bestia cieca. Le campane della cattedrale batterono l’una. Spensi la luce e aprii la finestra: avevo bisogno d’aria, di silenzio, di qualcosa che non fosse carta stampata e funesti presagi.

Sono uno scultore. Il mio mestiere è osservare le forme, misurare i volumi, indovinare i pesi nello spazio. Fu forse per questo che lo sentii prima ancora di capirlo.

Un ronzio.

Non un suono netto, ma una vibrazione compatta, come uno sciame d’insetti giganteschi. Mi sporsi. La notte era viola, vellutata. E contro quel fondo vidi una massa scura, sospesa. All’inizio informe, poi sempre più precisa: un lungo corpo cilindrico, gonfio, come un animale marino fuori dal suo elemento. Un immenso sigaro nero che scivolava nel cielo.

Lo osservavo come si osserva una scultura che prende vita. Ne seguivo le linee, la tensione delle forme, quell’equilibrio quasi impossibile. Era terribile e perfetto allo stesso tempo. Era uno Zeppelin tedesco.

Dal suo ventre si staccò una scintilla, una scia di luce — una stella cadente piegata nella curva precisa della distruzione.

Poi arrivò il colpo.

L’hotel tremò. Le pareti della mia stanza vibrarono, il pavimento parve cedere sotto i piedi. Per un istante credetti che l’intero edificio stesse per collassare.

Poi un’altra esplosione. E un’altra ancora.

Ogni detonazione scolpiva l’aria, come se un grande scultore stesse modellando, proprio in quell’istante, un’immensa scultura nel marmo.

Compresi allora che quella massa sospesa stava modellando la città stessa, a colpi di fuoco. Istintivamente corsi verso la porta. Volevo scendere in strada ma mi fermai. Mi dissi che forse avevo sognato. Che uno scultore non deve lasciarsi ingannare dalle ombre. Tornai indietro e mi vestii in fretta. Mai mi ero mosso con troppa rapidità.

Nel corridoio le porte si aprivano. Diplomatici, funzionari, uomini ancora impastati di sonno mi chiesero se fosse vero.

«Sì», risposi. «Ci bombardano.»

Nella hall gli ospiti si raccoglievano in modo disordinato. Salimmo sul tetto. Volevo vedere. Avevo bisogno di vedere.

Dall’alto la città pareva un’officina impazzita. Le mitragliatrici belghe tracciavano linee di fuoco nel buio, i soldati sparavano verso l’invisibile, i gendarmi facevano fuoco alla cieca. Il rumore era assordante, ma lo Zeppelin sembrava ignorarlo, sospeso nella propria logica crudele. Dopo l’ultima bomba si sollevò lentamente e svanì, come una forma che l’artista cancella con un gesto improvviso.

All’alba scesi in strada.

Rue de la Bourse era irriconoscibile. Un edificio aveva perso i tre piani superiori: erano sbriciolati, come se una mano titanica li avesse schiacciati. Al Poids Public il selciato era stato scavato in un cratere profondo, una ferita circolare, netta, brutale. Un poliziotto giaceva morto. Un altro non aveva più le gambe. Le case attorno erano trafitte da schegge che avevano attraversato i muri come se fossero cartone.

Sei persone erano state uccise nel sonno. Nei loro letti. Una dozzina ferite. Vetri ovunque, come pioggia cristallizzata.

Io, che avevo modellato animali vivi, che avevo studiato la tensione dei muscoli e la grazia dei corpi, mi trovai davanti a un’altra anatomia: quella della distruzione. La guerra non scolpisce, annienta. Non cerca la forma, la spezza.

Eppure non era cominciato quella notte.

Già dal 20 agosto le notizie erano un susseguirsi di città annientate, di mortai da 305 millimetri, di obici Krupp da quarantacinque tonnellate che riducevano le pietre in polvere. Liegi era stata fatta a pezzi. I giornali parlavano di saccheggi e di brutalità.

La notte del 24 agosto Anversa imparò cosa significa essere osservata dall’alto come un oggetto.

Le bombe caddero su Beverstraat, poi su altre strade. Si diceva che le bombe stesse portassero incise nella loro pancia di metallo il volto del Kaiser. Aprivano nel selciato crateri profondi; facevano esplodere le condotte del gas, spezzavano quelle dell’acqua. Alla fine si contarono dodici morti e più di centocinquanta feriti.

Dopo quella notte la città cambiò volto.

Ogni sera, al minimo rumore, qualcuno giurava di vedere nel cielo nuove forme allungate, nuovi mostri sospesi. Le autorità imposero il buio. Alle otto tutto si spegneva: lampioni, botteghe, finestre. Una luce accesa poteva significare arresto.

Anversa, con i suoi quattrocentomila abitanti, divenne una massa scura, compatta, come un blocco di pietra non ancora lavorato.

Io camminavo tra le strade ferite e pensavo ai miei animali, alle loro schiene tese, ai loro sguardi vivi. Pensavo alla fragilità della carne e alla presunzione dell’uomo che crede di dominare il cielo.

Quella notte compresi che esistono forme che nessuno scultore dovrebbe mai contemplare: le forme della guerra, tracciate nel vuoto e impresse per sempre nella memoria.

Davanti al vecchio ingresso di un edificio scuro e consunto, una donna anziana sedeva sempre sulla sua sedia di legno, come se facesse parte del paesaggio stesso. Spostava la sedia avanti e indietro, seguendo l’ombra degli alberi o il sole che filtrava tra i tetti.

«Buongiorno, signore», disse al mio passaggio, con un sorriso che portava anni di abitudini e segreti.

Mi inchinai leggermente, togliendomi il cappello di feltro. Il mio portamento cercava l’eleganza, ma il corpo tradiva nervosismo: spalle curve, passi misurati, quasi a scansare chiunque si trovasse sul cammino. Qualcuno aveva detto che camminavo come se volessi evitare il mondo, tenendomi sempre un po’ appartato.

«Che giornata… sembra voler diventare fredda presto», osservò la donna, avvolta in uno scialle ingiallito e consumato. «Si legge di tutto sui giornali… tempeste, piogge, disgrazie… ma io credo che siano i colpi della guerra a muovere il cielo.»

«Sul serio?» domandai, incuriosito.

«Perché no?» rispose, inclinandosi leggermente, i capelli grigi raccolti in un nodo scomposto. «Il mondo è pieno di strane cause e effetti.»

Ogni giorno seguiva le notizie di lontani conflitti, annotando mentalmente ciò che la colpiva. Una storia recente l’aveva affascinata: in una città lontana avevano costruito un’enorme figura di legno, un simbolo della forza militare. I cittadini erano invitati a contribuire conficcando piccoli oggetti metallici sulla statua, trasformando il semplice legno in un’armatura luccicante. Di notte, le luci la illuminavano e la sua ombra si allungava sulla piazza, inquietante e maestosa, come se il popolo stesso avesse animato il gigante di legno.

 

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