Si svegliò verso l'alba.
Nelle sue orecchie ancora risuonavano le urla di bambini scalmanati che si rincorrevano per le scale. Porte che sbattevano, tonfi che scuotevano il solaio come bastoni su tamburi africani.
Una bolla d'aria si staccò dalla sua bocca, come una parola che volesse uscire da un pesce.
Non capiva dove fosse.
E quale fosse il giorno.
Ancora quelle voci, bambini che si scambiavano pennarelli colorati. Risate e sussurri. Fruscii di punte di pennarello sul foglio. Un labirinto giallo.
"I capelli erano marroni, perché li hai fatti fuchias?" - " No! Ma non vedi che è una principessa fata?".
Scosse la testa, come per rimettere i ricordi nelle caselle giuste, ma rimasero solo pensieri scomposti come i suoi lunghi capelli neri.
Si guardò intorno.
La stanza non rimandava alcun messaggio visivo che potesse inserirsi nelle matasse dei suoi ricordi, nessun segnale di appartenenza al suo passato.
Ma gli altri sensi si ingannavano meno facilmente.
Qualcosa nell'aria si insinuava con prepotenza nelle narici, trasformando gli odori in spilli sulle tempie.
Si schiacciò la testa tra le mani per non sentire dolore, e il dolore invece le sferrò il suo attacco più violento.
Svenne.
La porta si aprì, lui entrò con passo lento e avvicinò la bocca al suo viso.
"Ho cancellato i mostri dalla tua mente" - le sussurrò sfiorandole i capelli - " ti proteggerò per sempre".
Allo stesso modo se ne andò, richiudendo la porta dietro di sé mentre i pensieri di lei morivano piano, nel sonno, vinti dalla violenza silenziosa dell'amore.

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