Prima del trasferimento, trovai la pietra che mi regalasti.
Quella che portasti dal tuo viaggio nell'amata Calabria, tua seconda patria, e quel mare che è stato lo sfondo per i  versi più belli.
Sopra c'era scritto : 'alla tua forza granitica'.
E ho pensato poi alla violenza di questi anni. Al tempo che abbiamo voluto sottrarci a vicenda, a causa dell'orgoglio. Ho ripensato e riletto quelle lettere al vetriolo. Siamo state delle parole, le più brave addomesticatrici, in un circo di ferocia, le abbiamo scagliate contro di noi come belve per farci del male di proposito, forse per non esser più riuscite a volerci bene, vendicandoci del legame ormai perso.

Quella sera in Piazza fu l'ultima volta. Mi distaccai dal gruppo di amici per parlarti. Chiarire quanto mi faceva male, tu eri circondata da tigri, che non mi lasciarono finire. Piansi tutte le mie lacrime e vomitai tutte le parole senza artigli né zanne affilate.
Ero sfinita per non essere riuscita ad abbattere quel muro di gomma che mi scaraventò a terra, sul marciapiedi, tra gli astanti che tentavano di consolare un pianto che trovò un epilogo solo in una frase: "non c'è tempo, non ho più tempo, l'abbiamo sprecato tutto".

Non potevo sapere che quella frase, quel dolore, l'avrei riesperito adesso, mentre scrivo per te che non ci sei più. Sono stati feroci questi anni, caustici e ostili i pensieri mentre il tempo e qualche dramma di troppo ci hanno mangiate vive.
Mi hai lasciato l'ossessione di vederti in sogno, chiederti perdono e non ricevere mai assoluzione.
Mi hai lasciato col coraggio mancato di non averti più mandato una sola parola che sottraesse un po' di male al tuo incomunicabile dolore.
Una pietra che resta lì, granitica, sorda, che non è riuscita a farsi fiore.

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