Eravamo sedute al nostro caffè, con la brezza di primavera che lambiva i nostri volti ancora pieni di entusiasmo. Ne era passato di tempo da quando all’uscita di scuola ci incontravamo spensierati e pieni di promesse, andando  incontro ai nostri sogni più belli. Sì, ne era passato proprio tanto di tempo da allora, dai nostri banchi del liceo alle aule universitarie, dove le strade comuni si divisero.

Soprattutto, ora avvertivo che  il ritrovarsi con le nostre strade interrotte, i nostri sentimenti congelati, era emozionante.  Eravamo cambiati fisicamente, ma dentro eravamo noi con le nostre fragilità, i nostri tormenti, le nostre ambizioni.

Io avevo ritrovato Luana sempre affascinante, con i suoi capelli color rame e i suoi occhi luminosi. Bella e radiosa come sempre e ora, a distanza di anni, rivederla accanto a me a sorridere di noi e del nostro ieri, dava all’improvviso senso alla mia vita, mi rassicurava.

– Non sei cambiato molto, gli stessi lineamenti sorridenti e lo stesso sguardo furbetto –, mi ripeteva abbracciandomi all’improvviso mentre sorseggiava il suo caffè lentamente. Proprio come i vecchi tempi, quando lo lasciava raffreddare mentre chiacchierava in modo ininterrotto e frugava dentro quelle borse giganti  che ancora amava portare.

Gli anni sembravano non essere passati, sembrava che all’improvviso quel treno dal quale scese quella mattina, per un guasto alle rotaie, si fosse fermato in quella stazione non per caso. Era la vita che ci rimetteva sulla stessa strada, era la vita che ci riconduceva a quel famoso quattordici febbraio quando i nostri occhi si fermarono sulla stessa pagina del libro di fisica, le nostre mani si sfiorarono, forse non per caso.

Quella neve che d’improvviso aveva ricoperto gli alberi fuori, con il freddo pungente che ci stringeva nei  paltò, non l’ho mai dimenticata

 

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