Ammetto che un leggero timore iniziavo ad averlo.

Igor, il suo compare, stava ancora girovagando per il treno. Ormai non lo si vedeva da più di un’ora. A pensarci bene però, anche se fosse stato con noi non sarebbe stata la persona ideale alla quale chiedere aiuto, era probabilmente più ubriaco di Vladimir e anche da sobrio non mi aveva fatto certo una buona impressione. 

Avrei potuto chiamare il controllore ma ho avuto il leggero sospetto che non le fossi risultato troppo simpatico sin dal primo momento. Sarà per il fatto che le ho chiesto incessantemente dove fosse il vagone ristorante. Per diamine, non la capivo. Ha strillato più volte le stesse cose come se urlando potessi capire di più. Per la cronaca, non c’era. Ragazzi mi era salita una fame da matti. In quel maledettissimo treno non c’era un vagone ristorante.

Non mi sarebbe stata di alcun aiuto, inutile tentarci. Sono quel tipo di persone che se ti rivedono dopo anni e stai per essere sgozzato non ti aiutano perché si ricordano che tu, anni prima, hai preteso continuamente quel vagone ristorante. 

Meglio così, mi si era gelato il sangue ancora di più al solo pensiero di riavere i suoi occhi su di me. Ho preferito avere a che fare con il coltellino svizzero di Vladimir, almeno lui aveva il viso simpatico.

Gli rispondo che ho compreso bene il funzionamento del suo strumento e lo può benissimo mettere via, senza che stia lì a farmelo svolazzare vicino alla faccia. 

«No», mi dice. 

Ho rivalutato il fatto che avrei potuto sopportare il viso del controllore ancora una volta.

Vladimir a un certo punto: «Prendilo, è tuo, te lo regalo. Sai, ci sono pochi stranieri che si appassionano alla nostra cultura e alla nostra lingua. Te lo lascio come ricordo.»

Igor entra nella cuccetta dopo aver promesso di portare qualcosa per fare colazione. 

«E il caffè?», chiedo.

«Ho preso la birra, era scontata».

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