Avevo, all’epoca, disperatamente tredici anni.

Disperatamente, perché nel rutilante sviluppo adolescenziale, il mio corpo sembrava andarsene per i fatti suoi, assumendo forme e proporzioni degne di un dipinto cubista, cangianti e disarticolate.

La mia goffaggine me la portavo dietro come un tatuaggio stampato sulla fronte.

E’ rimasta, in una certa misura, la goffaggine. Ne ho fatto un’occasione a volte di divertimento, altre di autocritica.

Pochi giorni fa una persona che racchiude un bel pezzo del mio mondo dentro il suo sguardo, mi ha detto: “Quando scendi le scale, sembra sempre che ti aspetti un gradino più alto di quel che in realtà trovi.”

Certamente è così, non si è sbagliata. Scendo e salgo invisibili scale anche quando cammino in piano. Comunque sono un buon camminatore, questo è sicuro.

 

Avevo tredici anni, dicevo, appena compiuti. Era primavera inoltrata, e faceva caldo come d’estate. La sera si usciva in bicicletta, si andava nella piazza del paesino, si trovavano gli amici.

Si scherzava, si faceva allegramente a botte, si adocchiavano le ragazzine, si sentiva nella testa tutto il caos che si può sentire a tredici, quattordici, quindici anni.

Una sera un amico tra i più “grandi” tirò fuori l’idea: “Andiamo dentro al castello!”

 

Il castello. Anomalo nella sua grazia rinascimentale, non era stato destinato, alla sua costruzione, a difesa militare. Fu costruito dagli Visconti come residenza di svago e di caccia, distrutto durante una delle innumerevoli guerre di confine tra le signorie lombarde e quelle piemontesi, ricostruito dagli Sforza, il cui stemma campeggia ancora sull’architrave del portone.

Era da poco passato di proprietà: dal comune, a cui le miserande casse non permettevano un’adeguata manutenzione e conservazione, a quella di una ricca famiglia milanese che faceva risalire le sue origini al paese. In sostanza, un ritorno alla gloria del Ducato di Milano.

Dato il nuovo stato di proprietà privata, non era più consentito l’accesso - come in precedenza - al pubblico. Erano sorte d’incanto nuove serrature, e lucchetti alle cancellate, e cartelli a ricordare che quel che prima era di tutti, ora era solo di qualcuno.

La sentivamo come una defraudazione. Era bello passeggiare nel giardino, ospitato in quello che anticamente era il fossato di difesa, c’era sempre fresco e ombra, e alberi altissimi la cui antichità metteva soggezione, e spiare attraverso le grate delle finestrelle che si affacciavano su misteriosi sotterranei.

 

A causa delle nuove proibizioni, quella invasione notturna sembrava una cosa sufficientemente tosta e deliziosamente stupida per non farla.

Ci avviammo con le bici, pompando sui pedali, imboccammo quella strada lunga e dritta che chiamavamo, appunto, “via del castello”.

Arrivati lì, silenziosi come una banda di cospiratori, ci arrampicammo sull’alta cancellata principale. Fui tra i primi, ero stranamente bravo ad arrampicare. Quando fummo tutti dentro, l’autore dell’idea bisbigliò: “Di là, nel cimitero vecchio.” Li seguii, questa storia del “cimitero vecchio” era per me una novità sconosciuta, abitavo in quel paese da solo due anni e più. Scoprii insieme a loro un’ala lontana del giardino, a cui si accedeva attraverso un cunicolo nelle mura, che era in comune con il retro della “chiesa vecchia”, l’antica cappella del castello. In questa parte del giardino resistevano in totale abbandono le tombe gentilizie di antiche famiglie del paese, ormai estinte, o della cui discendenza si erano perse le tracce. Mi attardai ad osservarle, e persi il contatto con gli altri.

Sono sempre stato affascinato dalle cose antiche, c’è chi afferma che lo sia anch’io antico, in un certo modo. Se ne avessi avuto la possibilità, credo che mi sarebbe piaciuto fare l’antiquario. O il restauratore.

 

Chiamai gli altri, nel silenzio … di tomba; nessuno rispose. Forse erano già usciti, forse si nascondevano per farmi uno scherzo, forse ero entrato in un'altra dimensione attraverso un buco spazio-temporale. Forse ero morto, e lì mi toccava stare. Però le mie scarpe da tennis da quattro soldi facevano lo stesso scricchiolio di prima, sulla ghiaia. E le zanzare mi davano la caccia, segno inequivocabile di vita.

Girai ancora un po’ tra quelle cappelle, speranzoso di trovare la strada che portava ad una qualche uscita, al buio non riuscivo a ritrovare il cunicolo d’ingresso. Macché, quella parte del parco sembrava non avere fine. Cominciavo a disperare, ed anche ad avere paura.

“Di qua…”. Avevo sentito una voce. Voltai l’angolo di una piccola costruzione a forma di ottagono, e la vidi.

Era una ragazza del paese, la conoscevo di vista. Aveva tre o quattro anni più di me, e tutti mormoravano che fosse un po’ “strana”, misteriosamente tacendo su quale fosse questa stranezza. Io sapevo solo che era bella, o almeno tale mi sembrava.

“Buona…sera”, dissi. Ero timido con le mie coetanee, figuriamoci con una ragazza che ai miei occhi era già una donna.

“Ciao. I tuoi amici sono usciti di là, dalla chiesa vecchia, li ho visti andare via.”

“Ah… Allora vado.”

“Perché guardavi le tombe?”

“Mah… così…”

“Le hai lette le targhe?”

“Volevo, ma è buio.”

“Vieni con me”. Aveva una piccola torcia tascabile.

 

Su alcune di quelle tombe c’erano targhe relativamente recenti, che raccontavano la storia di quelle famiglie. Le leggemmo tutte. Leggere era come camminare nella storia, ma non quella fatta di grandi eventi e testimonianze di essi, piuttosto la storia fatta di persone, nate, vissute, morte.

“Come mai eri qua?”, le chiesi. Avevo vinto la mia timidezza.

“Ci vengo spesso, ci sto bene. Vengo qua a fumare, e a passare il tempo.”

“Fumare?”

“Si, le sigarette. Sai cosa sono?”, disse ironica.

“Si che lo so! Mio padre fuma.”

“Bravo!”. Stette un momento in silenzio, poi:

“Vengo qui ogni volta che mia mamma fa il turno di notte in fabbrica. Non ci sto da sola in casa con lui”. Fece un sospiro.

“Lui?”, chiesi.

“Mio padre.”

I miei pensieri inesperti si affacciarono per un attimo su un abisso che non potevo, allora, vedere.

Li scacciai.

 

Ci mettemmo a parlare, parlai più io che lei. Mi faceva domande, e io rispondevo. Raccontai, raccontai soprattutto di quella rabbia che mi portavo dentro, quella che non si era ancora sopita, quella generata dall’essere stato a lungo emarginato, in quanto “foresto”, in quanto terrone, emigrato, e anche – pure io, a modo mio – “strano” agli occhi degli altri.

Anche lei raccontò, ma senza mai sfiorare quell’argomento di prima.

Si fece tardi. “E’ ora che vai, fioeulòt.”, mi disse. Ebbi l’impressione che mi stesse scacciando.

“Da che parte si esce?”

“Di là.”, mi indicò. “Gira intorno alla chiesa vecchia e trovi un cancelletto basso. Lo scavalchi, e sei sulla stradina di lato al castello.”

“Ok. Ciao.”

“Ciao”. Andai.

 

Quando tornai a casa – era tardi sul serio! – mio padre mi aspettava per dirmene quattro. Poi mi guardò, e non lo fece. A distanza di anni, penso che avesse capito qualcosa, non so cosa, e non lo sapeva nemmeno lui, di sicuro.

Quella ragazza la rividi in giro pochissime volte, non era una che frequentava le “normali” compagnie. Appena compì diciotto anni, o poco dopo, se ne andò di casa, dal paese, da tutti.

Circa sette anni dopo, mentre facevo tappa a Milano da Trieste, vagabondando in attesa di un treno che mi avrebbe riportato a casa per una lunga licenza dal servizio militare, la rividi.

Dall’altra parte della strada, passeggiava con delle altre ragazze. Sempre bella, forse di più. Passo veloce, parlava, sorrideva.

Mi ricordai che in quel nostro unico dialogo di qualche anno prima non l’avevo vista mai sorridere.

Così, mentre lei s’allontanava senza avermi notato – e nemmeno mi avrebbe riconosciuto, ricordato – mi misi a fantasticare.

Pensai alle persone che, da qualche parte, hanno sempre una piccola torcia tascabile.

Quelle che non si perdono mai nel buio.

 

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