Quando eravamo bambini la nonna conservava quella che definiva "Polvere di Fata” all'interno di un barattolo in vetro col gancio, collocato sopra una credenza. Ci diceva sempre che il contenitore era sigillato con la magia e che soltanto lei aveva la possibilità di aprirlo. Mi ricordo che io, mia sorella e i miei due cuginetti spesso restavamo a fissarlo come una sorta di oggetto sacro, da cui temevamo un sortilegio qualora avessimo avuto la possibilità di prenderlo, magari tramite una scaletta o una sedia.

Notammo che la polverina di colore bianco la nonna la utilizzava per svariati motivi, ad esempio ne spargeva mezzo bicchiere all'interno di una casseruola piena di ceci, tant'è che sosteneva che avesse la capacità di renderci forti e vitali. Un modo originale per farci mangiare, non c'è che dire!

Una volta, addirittura, mi sbucciai il ginocchio mentre mi apprestavo a fare monellerie in campagna. Mi misi a piangere per via del bruciore e la nonna che fece? Amorevolmente, dopo avermi pulito e disinfettato l'abrasione con dell'acqua corrente, ricoprì l'articolazione con la suddetta "Polvere di Fata" e la ferita smise subito di sanguinare. 

«Lo so, è miracolosa!», mi disse accarezzandomi la testa e invitandomi a non fare più il brigante, tant'è che chiuse un occhio sull’aver razziato un albero di fichi assieme agli altri. 

Quando la nonna morì, tutti noi soffrimmo moltissimo. All'insaputa dei genitori o comunque dei parenti, I Ragazzi dell'Orto Botanico, cioè noi (così ci soprannominavamo in riferimento a "I ragazzi della via Pál", un famoso libro per ragazzi di cui ci ispirò la trasposizione televisiva), dall'urna spostammo le sue ceneri nel barattolo in questione sperando che la polvere magica la riportasse in vita.

Ci beccarono e ce le suonarono. Scoprimmo che in realtà la "Polvere di Fata” risultava nientepopodimeno che del semplice bicarbonato.

 

 

 

N. d. A. Il racconto non è autobiografico o meglio lo è quasi!

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