L’inconfondibile profumo di cannella e cioccolato mi accarezzava dolcemente il viso mentre ero ancora sotto le lenzuola: in un attimo ero in cucina, dove mia madre era intenta a sfornare i suoi strambi biscotti natalizi, che più che assomigliare a dei fiocchi di neve sembravano delle stelle di carta pesta un po’ schiacciate.

Mi sedevo sullo sgabello accanto al forno per guardare la seconda teglia piena di biscotti che cuocevano e lievitavano. Nel frattempo mia madre me ne porgeva uno di quelli che aveva appena tirato fuori e che aveva messo su una gratella a raffreddare: era caldo e friabile, ma preferivo lasciarlo un po’ riposare, così che i sapori del cioccolato e della cannella si esaltassero alla perfezione.

Mi preparava il latte caldo e dentro ci scioglieva un quadretto di cioccolato fondente.

Io prendevo lo zucchero e ci cospargevo il mio fiocco di neve e poi lo inzuppavo nel latte.

Tra un po’ si sarebbe svegliato anche mio padre ed io mi divertivo a preparare la sua colazione: una tazza di the bollente, un cucchiaino di zucchero, due spruzzi di limone, tre fiocchi di neve, un bacio sulla fronte lui ed uno sulla guancia io.

Ci sedevamo a tavola tutti e tre, mamma e papà facevano colazione insieme ed io ne approfittavo per sgranocchiare qualche biscotto in più: dei tre che gliene preparavo, mio padre ne mangiava due ed uno lo appoggiava sul camino, mi faceva l’occhiolino e poi andava a cambiarsi.

Era il segno che quel biscotto era per me.

A Natale il mondo sembrava davvero meraviglioso.

Ed a Natale nevicava sempre.

Passavo la mattinata alla finestra, a guardare quei morbidi fiocchi di neve che cadevano giù da quelle nuvole di zucchero filato: soltanto quando vedevo mia madre pettinarsi i capelli in una treccia capivo che era ora di andare a prendere gli ultimi ingredienti del pranzo di Natale e che quindi sarei potuta andare a giocare con i miei amici nella piazza.

Infilavo il mio cappottino bianco e correvo nella neve soffice e fredda, mentre sentivo il gelo velarmi il viso.

La neve era sicuramente il mio stato d’animo preferito.

Era bello vederla cadere, posarsi ed imbiancare tutto: rendeva le cose più belle e più pure, esaltava i profumi e ti faceva venir voglia di tutte quelle buone cose calde, come il the, la cioccolata, i biscotti, i panettoni, i marshmallows scaldati sul fuoco o inzuppati nella cioccolata, le coperte di pile, i guanti con i fiocchi di neve ed i maglioncini con le renne che mi regalava la nonna che io mettevo anche quando non c’era la neve e non era Natale, però gli altri bambini mi prendevano sempre in giro.

A dire la verità, a parte i miei due amici, gli altri bambini mi hanno sempre considerata un po’ scema. O forse, più che scema, strana: mi piaceva giocare all'aria aperta, preparare i biscotti con la mamma e gli gnocchi con la nonna, mi piaceva il rumore della pioggia e il soffiare del vento, mi piaceva immergere i piedi nella sabbia quando d’estate andavamo al mare e mi piaceva guardare il fuoco e arrostirci le pannocchie.

E sinceramente sono cose che tutt'ora adoro.

Più avanti, mia madre mi rivelò che ero la copia perfetta di mio padre.

Anche lui era strano come me e lei se n’era innamorata proprio per questo.

Insomma, preferivo le sensazioni ad un sms.

Il fatto poi che non avessi capelli e che per questo indossassi un capellino di lana rosso anche d’estate, certo non aiutava la mia reputazione.

Il Natale era sicuramente la mia festa preferita; anzi, era l’unica festa che consideravo tale.

Da piccola andavo anche in Chiesa, anche se non sapevo bene il perché: mi avevano detto di credere in un’Entità Superiore chiamata Dio, ma io preferivo credere a Babbo Natale.

A Natale eravamo tutti felici; anche i bambini che odiavo mi stavano quasi simpatici.

Poi arrivò un Natale senza neve.

Senza profumo di cannella e cioccolato.

Senza fiocchi di neve.

Senza latte e cioccolato e la colazione insieme.

Circa dieci giorni prima di Natale, mio padre e mia madre si separarono: ora so che fu il regalo migliore che avrebbero potuto farsi, ma allora per me fu un vero e proprio tormento.

Avevo quindici anni e decisi che il Natale non sarebbe più esistito per me.

La mattina mi svegliai lo stesso, come se aspettassi la carezza del profumo dei biscotti, come se cercassi di convincermi che i fiocchi di neve sarebbero arrivati anche stavolta e che lui mi avrebbe dato un bacio sulla fronte ed io un bacio sulla guancia.

Mi alzai e mi adagiai sullo sgabello: la schiena poggiata contro il forno spento, la neve quasi completamente sciolta e che non scendeva più.

Non credevo che il Natale potesse scomparire dai miei sogni, così come non avrei mai immaginato di avere una famiglia divisa.

Credevo che i miei genitori avessero abbastanza forza per superare qualsiasi problema, credevo che il loro Amore li avrebbe aiutati a vincere tutte le avversità e se questo non fosse bastato, credevo di avere la forza necessaria per compensare la loro.

Per anni mi sentii colpevole della loro separazione: durante i loro litigi li avevo spesso sentiti urlare che le mie cure erano troppo costose, che non sapevano più dove appigliarsi.

Per anni ho creduto che la mia malattia fosse soltanto una punizione per aver creduto che tutto potesse essere davvero bello.

Invece no: loro semplicemente non si amavano più e non sapevano come dirselo.

Mia madre me lo ha confessato proprio qualche tempo fa.

< Le cure per il tuo tumore ci hanno messi alla prova: quando tutto sembrava ricominciare ad andare bene, ecco che lui ti riacciuffava. Tra me e tuo padre le cose non andavano bene già da qualche anno, ma cercavamo di tener duro per te. Poi abbiamo iniziato a darci colpe che non avevamo: in fondo, come si fa a dire alla persona che hai sposato che non la ami più?>

Io personalmente non lo so.

So soltanto che ho venticinque anni, non ho più il tumore ed ora i fiocchi di neve li preparo io.

Per me e per gli amici, quelli di una vita, strani come me.

E a Natale, nevica.

 

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