Erano stanchi. Avevano cavalcato per due giorni lungo le vie interne che conducevano al castello del marchese del Giglio, suo grande amico.

Etrurio, con il suo fedele scudiero Boezio, erano reduci dalla Terra Santa dove avevano partecipato alla presa di Gerusalemme. Dopo la vittoria sui mori il cavaliere aveva sentito la nostalgia di casa, erano due anni che mancava dal suo paese. Era partito insieme a Boezio che lo seguiva sempre come un cagnolino. Anche lui si era comportato con onore al fianco del cavaliere, era un omone alto circa due metri, forte come un bue, indomito, aveva salvato il padrone più di una volta da pericoli imminenti solo con la forza delle sue mani. Non sapeva usare la spada come il cavaliere, lui usava un nodoso bastone che nelle sue mani diventava un’arma letale per chiunque si fosse trovato nel suo raggio d’azione.

I due adesso erano sbarcati sulle coste italiche all’altezza del promontorio del Gargano e, a cavallo, si erano diretti verso nord. Percorrendo sentieri poco frequentati e tagliando per i campi in diverse occasioni, avevano raggiunto i confini del regno del papato. L’esercito del Papa ai confini faceva buona guardia, i soldati italo germanici erano truppe scelte e molto obbedienti. Per loro essere al servizio del Papa era un grande onore e di conseguenza erano ligi al dovere molto più che i soldati delle altre signorie.

Quando Etrurio si avvicinò al confine fu fermato da una coppia di armigeri armati.

<Altolà straniero, cosa cerchi di fare? Lo sai che questo è il confine del regno Pontificio? Non puoi passare a meno che tu non abbia un lasciapassare del pontefice.>

<Scusate armigeri ci deve essere un equivoco, io non sono uno straniero, sono nato da queste parti, sono un cavaliere di ritorno dalla crociata in Terra Santa. Ho partecipato alla conquista di Gerusalemme, sto tornando a casa, per abbreviare la strada chiedo di poter attraversare questo tratto di confine che è confinante con il ducato di Toscana. Sua Santità non credo voglia impedire a un suo fedele servitore il ritorno a casa.>

<Comprendo il vostro cruccio cavaliere, anche se la vostra storia fosse vera non vedo come noi potremmo ignorare gli ordini ricevuti. Da questo punto non deve passare nessuno, così ci è stato detto e potete stare tranquillo che di qua davvero non passa nessuno. Dovete tornare indietro e percorrere il tracciato del confine fino ad arrivare alla vostra terra.>

<Ma vi rendete conto, ci vogliono quasi tre giorni a cavallo! Io e il mio scudiero veniamo dalla Puglia e siamo stanchi, dobbiamo fare altri tre giorni di cammino solo perché voi teste dure non capite che non c’è nessun pericolo o impedimento per farmi passare attraverso quel bosco che vedete alle vostre spalle. Ci vuole mezza giornata di cammino, per questa sera sarò fuori dai vostri confini e, finalmente, a casa. Siamo solo in due, non siamo un esercito e per di più servitori del Papa. Quando glielo dirò, potete contarci sul fatto che glielo dirò, e di come mi avete trattato, io, Etrurio di Pontedera, trattato come un estraneo. Vi farò trasferire nelle paludi Pontine!>

<Sentite cavaliere sarà il caso che moderiate i termini, non è opportuno insistere, voi avete le vostre ragioni ma noi abbiamo gli ordini da eseguire. Chi vincerà lo avete detto voi, siete solo due, noi siamo tanti, non li vedete ma ci sono e se saremo costretti vi affronteremo con le armi. Ora ascoltate un consiglio, ritornate sulla strada e fate come vi ho detto, a quest’ora avreste già percorso un buon tratto di strada. Andate in pace Etrurio di Pontedera, che il Signore illumini il vostro cammino e, quando riferiremo a sua Santità del nostro incontro, sarà lieto di apprendere che siete tornato sano e salvo e che finalmente Gerusalemme è sotto il dominio dei nostri cavalieri. Andate adesso, il vespro si avvicina e non è bene restare all’aperto in queste terre, ci sono molte bande di rinnegati che infestano la zona, se posso vi consiglierei  di trovare una locanda dove si possa mangiare e bere a buon prezzo e, se è il caso, dormiteci sopra.>

Di fronte a quelle parole e alla cortesia avuta nei suoi confronti da parte del gendarme, il cavaliere, anche se crucciato per la piega che avevano presi gli eventi, non poté fare altro che salutare con un cenno della mano e girare il cavallo per tornare verso la via maestra.

Boezio brontolò come suo solito perché già pensava di arrivare a casa a scendere da quel dannato ronzino, aveva il fondoschiena a pezzi. Le ultime parole della guardia che lui aveva ascoltato con attenzione avevano suscitato in lui un interesse particolare, aveva sentito di locande dove poteva riposare mangiare e soprattutto bere. Quella era una notizia veramente buona, fra non molto le sue immediate necessità sarebbero state appagate. Il suo padrone invece, lo sapeva bene, non era molto interessato a queste cose, i suoi ideali non gli permettevano di indulgere in queste manifestazioni da plebeo, ingozzarsi come un maiale e ubriacarsi. A lui bastava lo stretto necessario, quello che trovava: una minestra, un pezzo di pane e del formaggio, anche solo della frutta.

Spesso si era chiesto da dove prendesse la forza che sprigionava nei duelli sempre vincenti con il nemico, eppure la stazza del suo padrone non era niente paragonata alla sua che era il doppio. Etrurio era un giovane di bell’aspetto, capelli chiari e occhi ancora più chiari quasi come l’acqua dei ruscelli di montagna, forse i mori si fermavano a fissare quegli occhi così chiari e lui ne approfittava. Era ben addestrato avendo frequentato scuole di rango nell’uso delle armi. La sua nobile stirpe gli permetteva certe cose negate ai più.

Camminarono a lungo seguendo la pista verso oriente come aveva suggerito la guardia e, proprio quando il cielo cominciava a scurirsi per accogliere la notte, si trovavano nei pressi di una delle tante alture che si susseguivano nella zona. Guardando verso il basso videro poco distante la sagoma inconfondibile di una fila di cipressi. La loro presenza segnalava che ci doveva essere una costruzione nei paraggi. Nel paesaggio i viali di cipressi erano il segno di riconoscimento delle ville padronali, delle dimore dei signorotti locali, che abbellivano la strada di casa con questi alberi. Si sceglieva questo tipo di albero perché la zona, tutta colline e avvallamenti con poca vegetazione era spesso coperta dalla nebbia e i cipressi si potevano distinguere facilmente.

Alla vista della doppia fila usuale dei cipressi Boezio si rincuorò, la meta era vicina e il suo stomaco lanciò segnali di gradimento. Etrurio alla vista degli alberi invece di accelerare si fermò con disappunto di Boezio.

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