"Voglio fare il gommista! A che mi serve andare a scuola?"

Il grande Emanuele sembrava sempre più il pupazzo della Michelin tanto era voluminoso. Si affaticava anche a venire a scuola e non riusciva più a entrare nel banco. Disturbava le compagne di classe, che lo chiamavano  “pacchione" perché sapeva che incuteva timore con la sua possanza e si divertiva ad avvicinarsi di nascosto per farle gridare. Era stato bocciato a scuola almeno una volta alla primaria e altrettanto alla secondaria perché non sapeva leggere e scrivere se non sotto dettatura e con lo stampato maiuscolo. E questo lo faceva vergognare tanto che si assentava sempre quando venivano programmate prove scritte.

In un primo momento il suo insegnante d'italiano non l'aveva capito, ma quando parlarono a quattr'occhi durante un incontro allo sportello d'ascolto si capirono bene. "Professore, mi deve aiutare perchè non riesco a scrivere".

Bastò aver compreso il dramma che Emanuele seguì le lezioni intervenendo anche in maniera non pertinente al dialogo educativo.

Aveva già sedici anni quando il padre, vedovo e che si era risposato con un'altra donna che gli aveva portato altri tre figli dal suo precedente matrimonio e quindi tre fratellastri a Emanuele, che non riusciva a sopportarli, lo ritirò dalla scuola. Fu un dramma per il professore che cercò di far ritornare sui suoi passi il padre, ma quello fu categorico. Allora propose di farlo studiare in famiglia per almeno avere in futuro un titolo di studio e di farlo presentare agli esami.  Emanele andò a fare il  picciotto di un meccanico. Ma a giugno il professore lo fece presentare agli esami. Riuscì ad ottenere la sua licenza media.

Dopo due anni si rincontrarono ed Emanuele felicissimo ringraziò il suo vecchio insegnante e rivelò che si era iscritto ad un corso professionale nel settore alberghiero. Voleva diventare cuoco. Tanto le ricette le aveva in testa. E non ci sarebbe voluto "saper leggere e scrivere " per cucinare.

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