La gente continua a camminare ignara per la strada senza sapere che sotto i volti dei loro vicini di casa e dei loro colleghi si nascondono creature mitologiche spaventose e orripilanti. Riesco a vederle, riconosco il modo in cui guizzano gli occhi, ma nessun altro se ne accorge. Sto alla larga da loro quando ne vedo uno perché temo che sappiano di me e delle mie conoscenze.

Ho firmato un contratto di silenzio con l’esercito, non devo parlare con nessuno del mio vecchio lavoro, ma dopo quello che ho scoperto sento di dovermi sfogare almeno con la penna.

Non vedevo mio padre da tanto tempo. Quando entrai in casa mia madre mi accolse col solito abbraccio caldo che profumava di crostate e biscotti fatti in casa, poi mi voltai per stringere la mano di mio padre, come nostra abitudine, e lo vidi: quel lampo rosso negli occhi, il naso in veloce movimento investigativo, le braccia ancora possenti nonostante l’età ormai avanzata e quella sensazione di pura certezza che ti investe dopo mesi di dubbi e di “forse” e di “ma non credo...”.

Mio padre è un  Minotauro; lui sa che io lo so ma non mi ha detto niente e ogni sera mi tocco la fronte per tastare quelle piccole sporgenze che cominciano a crescere e i denti che si fanno sempre più lunghi e affilati. Non so come fanno gli altri a nascondere il loro aspetto, io non voglio farlo.

Forse quel giorno al palazzo non sono stato il più bravo o il più furbo; forse mi sono salvato perché mi hanno lasciato andare. Maledetta divisione Z, forse se non avessi saputo... Forse potrei fare una chiamata anonima e farli venire, denunciarmi.

Ho fame e credo proprio che li aspetterò quì, in questa casa che più che una casa sembra... un labirinto

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