Da dove vengono questi moscerini! In bagno, poi... e questo cattivo odore? Dai, cosa potrei aver portato, nel bagno, qualcosa che potesse andare a male, poi. Annuso. Annuso e guardo i moscerini, moscerini mai visti prima, strani esserini, piccolissimi.

Da qui, da questa piantina, questo vaso, dalla terra. Una piantina di photos che tengo in bagno da anni, a cui do acqua ogni tanto, una povera pianta che sopravvive nonostante me. Ogni volta che la guardavo "devi cambiarle la terra, almeno aggiungine un po'" rimandavo a più tardi, a dopo, a domani. E adesso la terra è marcia, cimiteriale. Prendo il vaso e lo deposito nell'aiuola del giardino, prendo tra due dita, schifata dalla puzza, un rametto di photos e quello mi resta in mano scivolando fuori dalla terra come fosse stato immerso in una pozzanghera: un filo di radice, alcuna presa.

Provo pena. La pianta non è una pianta, i singoli rami sopravvivono ognuno da sé col proprio filo di radice, carcerati in una cella, pazzi in solitudine dimenticati insieme nella stessa stanza. Mi sento colpevole. Questi rametti sono stati parte di una piantina. La tenevo nel bagno di casa mia, su una mensola che avevo creato io, in una nicchia nel muro, sopra alla vasca da bagno. La mia casa, mia mia, acquistata con anni di sacrificio e poi lasciata a mia madre quando sono fuggita; da lei, da loro. Ricordo che la piantina era sofferente, forse accusava la mia assenza, devo essermi detta questo quando decisi, anni dopo, di portarmela via. Chissà perché ma ero convinta che sarebbe di nuovo stata bene, con me. Avrebbe allungato ancora i suoi rametti correndo sui piccoli chiodi che le avrei preparato nel nuovo muro e sarebbe stata felice. Ma l'ho dimenticata per la seconda volta. Senza acqua per lunghi periodi poi acqua in abbondanza in altri e con l'ultima doccia devo aver esagerato, certamente per senso di colpa nel vederla ingiallita e arsa in quella terra tanto asciutta, le ho dato troppa acqua.

Mia madre è metodica, abitudinaria, disciplinata in tutto, anche con le piante sul terrazzo, le sue di adesso. La mia la stava lasciando morire, non mi soprende. Io sono il contrario di lei, senza buone abitudini alimentari, senza autocontrollo, senza disciplina. Però non lascerei morire qualcosa solo perché è di qualcun altro. Abbandonò a se stessa la mia gatta, le avevo chiesto di fare attenzione, cibo, acqua, il minimo di cure, visto che ora viveva a casa mia, mia madre. Andai in vacanza a più di mille chilometri di distanza, tranquilla... mia madre se ne andò via per dieci giorni, da suo figlio, lasciando la gatta fuori di casa, con una ciotola di crocchette e una di acqua dentro alla cantina e la finestrella aperta sul prato sotto ai balconi. Ero sui Pirenei, i telefoni cellulari non esistevano, chiamavo da una cabina telefonica in un paesino sperduto tra i monti, ho sentito le gambe cedere quando mia zia disse "non c'è, è da tuo fratello da una settimana... ma la gatta è viva, eh, l'ho vista dal parcheggio...". E la rabbia e l'impotenza. E io stupida che l'avevo accolta in casa mia per risparmiarle affitto e solitudine, ancora convinta che un giorno avrebbe amato anche me quanto amava lui.

La gatta morì l'estate successiva, prima ch'io andassi di nuovo in ferie. Era caduta dal balcone dei vicini qualche giorno prima, ci era arrivata da quello della camera di mia madre ma nessuno me lo aveva detto, non i vicini, non lei. 

Tornata dal lavoro, quella sera, la trovai sotto al sole di luglio che alle diciotto era ancora terribile, tremava, aveva freddo... veterinario, lastre, diaframma squarciato, l'intestino aveva invaso la gabbia toracica schiacciandole i polmoni, uno dei due era un foglio di pellicola, l'altro stava per collassare, stava morendo, stava annegando. Chiamai la mia ragazza quando tutto era già finito: anestesia, ultime carezze e paroline dolci, Tanax... Ricordo mio fratello, in più di una occasione: "Quante storie, a te importa di più degli animali che delle persone!"

Il giorno dopo, a pranzo, stavo in piedi in cucina e guardavo i prati e gli alberi davanti a casa e il bosco in lontananza e ricordo che pensai: "cosa mi tiene, qui, adesso?". Nel giro di un altro anno esatto, me n'ero andata via. E vedere mia madre dare un pezzo di prosciutto al gatto della figlia di mio fratello, un gatto che non le fa neppure le fusa, non come la mia...

"Ti cambio la terra, adesso... no, non hai radici, non ce la faresti" dico alla pianta,  ai rametti di photos "vi metto in un bicchiere, con l'acqua, a radicare, poi vediamo, eh."

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