Era un bambino ribelle. Fino ai cinque anni di età aveva fatto il “bravo” ed era cresciuto senza disturbare il mondo degli adulti, del quale capiva ben poco. Poi gli erano capitate varie ingiustizie che non poteva spiegarsi in altro modo che con la cattiveria. Perché doveva scrivere con la destra, se gli veniva istintivo farlo con la sinistra? Perché a scuola gli era capitato di sentirsi chiamare “terrone” con tono dispregiativo da un maestro, a causa del suo cognome? Lui non sapeva cosa volesse dire “terrone”, ma che fosse un insulto gli fu chiaro dagli sghignazzi degli altri alunni. Mise in fila i tanti soprusi che aveva subìto e decise di ribellarsi al mondo. Fu così che, quando la sua famiglia traslocò per l'ennesima volta, la sua rabbia, finalmente, esplose. Oltretutto, si trovò a crescere in un paesino di campagna dove i ragazzini erano parecchio solidali tra loro e mal sopportavano uno che veniva dalla città.

Un giorno, mentre il nuovo maestro spiegava che Dio è il creatore e signore del mondo, il bimbo alzò la manina e fece una domanda molto semplice: “Maestro, può dimostrare che Dio esiste?”. Il povero insegnante tentò di rispondere in modo indiretto, facendo riferimento alla bellezza del Creato. Ma lui si sentì preso in giro. Sollevò la sua copia del vangelo e la tirò dritta in testa all'uomo. Se accadesse oggi, probabilmente gli sarebbe diagnosticato un grave disturbo del comportamento e dell'attenzione. Detta in breve, lo porterebbero dal medico per curarlo in modo adeguato, cioè con qualche psicofarmaco. Ma qui si parla degli anni Sessanta del secolo scorso e l'opinione del maestro era ancora importante. In ogni caso, quel brav'uomo non poteva evitare di punirlo, altrimenti avrebbe perso il rispetto della classe. Quindi gli diede due giorni di sospensione, e morta lì.

Quando il bambino tornò a scuola era ancora diffidente verso il maestro, ma il fatto che costui non avesse reagito al fattaccio, magari picchiandolo, lo lasciava perplesso. Il maestro doveva essere un tipo speciale di adulto, altrimenti gliele avrebbe date di santa ragione. Ora, viene spontaneo pensare che il bambino sarebbe stato trattato comunque con una certa durezza dopo quell'episodio. Forse avrebbe avuto voti sempre un poco più bassi di quanto meritava. In fondo, un uomo che si è preso un libro in testa ha diritto a prendere in antipatia l'autore di un gesto tanto violento e maleducato. Invece non fu così. Quando c'era da fare un lavoretto divertente, come ritagliare le sagome delle maschere di carnevale con il traforo nuovo di zecca, il maestro Paolo chiamava sempre proprio quel bambino, insieme ai più bravi della classe. E a maggio, nella rivista della scuola fatta col ciclostile, proprio quel bambino ebbe la soddisfazione di veder stampata la poesia in dialetto napoletano che aveva scritto basandosi sulla storia dei “Promessi sposi”.

Fino a quel momento, invece, era convinto di non avere alcuna qualità. Non sapeva disegnare, né giocare bene a calcio come i suoi compagni di classe. La poesia fu dunque il mezzo che lo distolse dal rischio di avviarsi su una cattiva strada. E a distanza di quarant'anni, ormai divenuto egli stesso adulto, continuò a guadagnarsi il pane scrivendo.

Gli insegnamenti più importanti della vita non arrivano con le parole, ma con l'esempio, con il comportamento, con le azioni. Senza dire nulla, il maestro aveva cancellato la negatività che il bambino vedeva nel mondo e l'aveva sostituita con la passione e l'entusiasmo. Niente ramanzine o sermoni. Solo un po' d'amore, seppur tenuto ben nascosto.

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