Dalla finestra vedevo l'orto ed il melo. Mentre facevo i compiti, ogni tanto buttavo un'occhiata fuori, ero impaziente di uscire a giocare, come tutti i bambini. Se d'Inverno vedevo l'albero nitido, significava che avrei potuto andare a pattinare sui fossi ghiacciati, Q uando invece lo vedevo sfumato a causa della fitta nebbia, pregustavo l'umidità che mi sarebbe penetrata sotto i cappottino frusto, fin nelle ossa, camminando da solo nei campi.

Con la nebbia non si poteva nemmeno giocare a calcio perché le porte diventavano quasi invisibili ed era ancor più difficile vedere il pallone di cuoio verniciato in grigio. Ma si usciva lo stesso a giocare. Sempre. Sotto il solleone di Luglio o nella pioggia autunnale. Non c'importava sapere delle botte che ci sarebbero costati i vestiti fradici o strappati nel corso di una bella parata.

A quei tempi, nessuno di noi pensava al sesso, salvo l'ovvio turbamento scatenato dalla visione casuale di una mutandina a quadretti sotto una gonna da studentessa. Certo, non c'era soltanto la gioia monella, tra i ragazzini della mia banda. Talvolta dovevamo fare i conti con il pianto, la rabbia, la frustrazione. Ma non con l'ansia, mai. Quella arrivò anni dopo, con il trasloco in un anonimo palazzone di periferia.

Allora si che il sesso acquistò importanza. Divenne ben presto un'abitudine quotidiana; l'unico gioco residuo di una stagione felice. Ed è ancora così. Quando faccio l'amore, torno a sentirmi un bambino che sperimenta la vita.

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