410 d.C., dopo anni di dominio, finalmente i Britanni si erano liberati del giogo romano. Le  ultime legioni avevano abbandonato il territorio, solo qualche sparuto gruppo di britanni romanizzati indecisi su cosa dovessero fare, se restare in patria a rischio perché non erano ben visti dai loro connazionali o andare a Roma con le truppe, ancora si aggirava nei dintorni del Vallo di Adriano, ridotto a cumuli di pietre disseminate alla rinfusa nelle loro terre.

Il lato negativo della partenza di chi assicurava ordine e leggi era, adesso, che tutte le tribù stavano riprendendo  gli antichi odi razziali, le contese accantonate per anni e anni, tutto tornava a riemergere nel vuoto di potere che si era venuto a creare. Ogni tribù si sentiva in diritto di accampare pretese di comando e allora erano battaglie, agguati, violenze da parte di tutti. Non mancavano anche invasioni di popolazioni ostili, gente come i sassoni e gli angli, che abitavano di là del braccio di mare che divide la Britannia dal continente.

In quel tempo così buio e difficile da vivere, molte di quelle tribù interne, che abitavano nel cuore del territorio dove anche i romani avevano faticato non poco a domare le popolazioni, avevano ripreso usanze e antichi riti ancestrali. Era uso comune, dopo le vittorie sul campo di battaglia, organizzare delle grosse feste che in prevalenza si riducevano a orge e bevute di birra, la bevanda preferita dai guerrieri. Tutta la notte si brindava al capo che aveva portato gli uomini alla vittoria. Nei grandi fuochi che illuminavano la notte erano arrostiti non solo animali per sfamare le truppe, ma molto spesso anche parti di organi dei prigionieri più valorosi. Era una prassi in uso in diverse tribù della zona, anche i Caledoni della confinante Caledonia erano usi a questi cerimoniali. I druidi, che dirigevano le operazioni, erano convinti che il cuore, il fegato e il cervello di uomini valorosi e senza paura potessero trasmettere le stesse doti di coraggio a quelli che li avrebbero mangiati. Questo tipo di superstizione faceva sì che fosserono in molti a cercare di accaparrarsi gli uomini migliori catturati per potersene cibare.

La cerimonia prevedeva un rituale ben definito, gli uomini si vestivano di pelli animali, che a quelle latitudini consistevano per la maggior parte in tori dalle lunghe corna. Le bestie erano uccise senza rovinare le pelli che erano usate per le cerimonie. Quando tutto era pronto, le donne danzavano fino allo sfinimento al suono di tamburi e flauti di canna, i precursori delle future cornamuse. I capi si limitavano a osservare, i druidi si preoccupavano di soprassedere alla cottura delle carni. Capitava spesso che la materia prima richiesta fosse scarsa, i prigionieri erano solo dei semplici soldati e non valeva la pena interessarsi delle loro carni, allora si poteva assistere a duelli all’ultimo sangue fra membri della stessa famiglia; fratelli, parenti, tutti si battevano per arrivare a prendere qualche pezzo pregiato del nemico ucciso. Le leggi romane, ovviamente, non permettevano questo tipo di barbari rituali e i britanni, costretti a vivere in un modo inusuale per loro, fremevano. Erano stati troppi gli anni passati sotto le dure leggi romane, ora che finalmente erano liberi stavano sfogando tutta la loro forza e ferocia in lotte intestine e le antiche usanze erano state ripristinate.

Le guerre più violente erano contro i sassoni che, in quanto a ferocia e violenza, non erano secondi a nessuno. Loro conoscevano bene le usanze barbare dei britanni e in ogni scontro cercavano di portarsi via i cadaveri dei loro morti in battaglia. Gli scontri fra questi due popoli erano sempre molto cruenti, i sassoni non facevano prigionieri, massacravano tutti quelli che incontravano sul loro cammino lasciandosi dietro scie di sangue, i britanni invece portavano con loro i prigionieri, proprio per usarli nei loro festini.

Dopo ogni battaglia la notte s’illuminava dei falò e l’aria si riempiva dell’odore acre delle carni arrostite. Spesso i prigionieri venivano messi al fuoco ancora vivi e le loro urla riempivano il buio della notte. Dopo ogni festino che si tenenva nei luoghi più impensati, quello che restava sul campo era di un orrore infinito. Resti di arti, corpi semibruciati, uno scempio che dava fastidio anche solo alla vista. Le anime dei morti, non potendo raggiungere la loro dimora celeste perché i corpi non erano interi, si aggiravano ululando fra gli alberi. A volte si potevano vedere delle croci, quelle celtiche, con l’anello che chiude la croce, ma erano poche in relazione al numero dei morti. Erano quelle dei collaborazionisti dei romani, vittime designate dalle tribù più intransigenti. I superstiti si accollavano l’impegno, ma erano come gocce nel mare. Le foreste erano disseminate di tanti di quei resti che, dopo le battaglie, i druidi fecero in modo da vietarne l’accesso per molti anni, fino a quando  l’ondata di ferocia non si placò con la pace stretta fra britanni e sassoni.

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