Patrizia abitava in una delle periferie più degradate della città, un casermone di sei piani dove gli inquilini erano tutti degli emarginati dalla società. Un insieme di umanità che sopravviveva alle insidie della vita di tutti i giorni trovando il modo di tirare avanti, ai margini della legge e a volte anche al di fuori.

Al secondo piano c’era una famiglia di emigrati dal sud che dovevano trovarsi già al nord, ma per una serie di circostanze sfavorevoli si era  dovuta fermare e ora erano inchiodati in quella specie di torre di dannati aspettando il giorno di una improbabile  partenza. Una vita precaria sperando in un cambiamento che tardava ad arrivare.

Il primo piano era stato occupato da due donne anziane, rimaste sole senza l’apporto delle famiglie si erano unite per dividere la loro solitudine, per quanto la vita fosse difficile in quei posti, nessuno faceva mancare un aiuto alle due sventurate vecchiette. I reietti hanno più buon cuore di altri più fortunati, forse proprio perchè sanno cosa vuol dire l'indifferenza.

L’ultimo piano invece era dominio assoluto di una banda di sbandati di varie nazioni: un marocchino, due senegalesi, un eritreo e quattro rumeni che, pur avendo lingue e usanze differenti, la necessità di avere un tetto sopra la testa aveva costretto tutti a una sorta di armistizio e, nelle loro diversità, il sodalizio razziale funzionava.

Patrizia era quella che abitava con i genitori al terzo piano, un piccolo appartamento di due camere con cucina e servizio. Il padre era un tuttofare che sbarcava il lunario andando a cercare lavori che nessuno voleva fare. Un brav’uomo prigioniero di un destino che lo aveva visto soccombere quando gli era stata diagnosticata un malattia che lo aveva reso inabile per la società per la quale lavorava. La madre, isterica e complessata, si arrangiava con lavori di sartoria, la maggior parte dei suoi clienti erano gli stessi inquilini e quelli dei caseggiati limitrofi, che ricorrevano a lei per rivoltare abiti, aggiustare e salvare il salvabile di vestiti che avevano avuto tempi migliori. Si era assunta anche il compito di fare le pulizie nell’immobile, impresa ardua perché non c’era lavoro che potesse togliere le tracce della miseria e dello squallore dai muri incrostati. Le case popolari non brillavano certo per pulizia e la manutenzione era una chimera che tutti inseguivano e nessuno riusciva ad afferrare.

Patrizia aveva cercato di andare a scuola, ma arrivata alla licenza media si era dovuta arrendere, non era stato possibile andare avanti, ora vagava fra il divano, il letto e un telefonino rimediato chissà come. Di sera usciva con quelle sue improbabili minigonne che la madre riusciva a cucirle, le t-shirt le comprava al mercatino dei neri a un euro l’una. Era ormai maggiorenne e poteva andare in locali che le davano l’illusione di vivere una vita normale. Molte volte era stata vista in compagnia dei ragazzi dell’ultimo piano andare in locali di infima classe e, giorno dopo giorno, la sua vita continuava come in una nebbia, in un sogno confuso fra illusione e realtà. Non aveva un presente degno di essere vissuto, né poteva sperare in un futuro diverso. Era una ragazzotta in carne, non bellissima ma graziosa, gioviale, esuberante e sempre pronta a buttarla in caciara. Un fisico prorompente, a volte volgare, ma che attirava le fantasie maschili come un fiore attira le api.

Una sera fu invitata a salire con i ragazzi di colore su all’ultimo piano per stare un po’ insieme. Un bicchierino, una fumatina, uno scherzo e una mano che s’insinua fra le cosce, un rilassamento ed ecco su di  lei ombre nere che si alternano, prima una, sottile, evanescente, poi una massiccia e dolorosa, poi un’altra, un’altra ancora, ancora una.

Il dolore prevale e il risveglio, crudo, bestiale.

Un giro con lo sguardo intorno, corpi nudi, vede nero, tutto nero, la vista è ancora incerta, ma nella nebbia della sua mente una fievole luce, quella di una finestra che dà sulla strada.

Un pensiero veloce, un balzo, il rumore di vetri infranti e il fresco della notte che s’impossessa di lei, leggera, l’ebbrezza di un breve attimo poi una visione, qualcosa che conosce bene, l’asfalto. Quell’asfalto screpolato e sudicio che, da quando è nata, lei ha calpestato davanti casa sua.

Lui è lì che aspetta nella sua immobilità fra rifiuti, crepe come ferite e liquidi, come quelli color rosso sangue che escono dal suo corpo disteso sull’asfalto che, avidamente, ne assorbe la vita.

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