Se cominciassi a raccontare di ciò che dovrei, forse cadreste e nel silenzio dei miei due o tre momenti d'attenzione mi lascereste continuare. Per cui mi riprendo la calma ispiratrice e la noia della sera , per andare ad illustrarvi quel che per giorni mi tenni dentro prima d'ora.

Avevo un cappello rigido, come quello che adesso starete immaginando, una copia fedele del vostro intuito rispetto al mio incedere scrivente. Ero appollaiato o forse comodo sulla panchina fronte il monumento ai caduti. Gli odori della piazza nuda erano un riverbero fastidioso e poco attraente, lo spazzino e la sua scopa invece, un precisissimo movimento interrotto solo a tratti. Cosa ci facessi assonnato in quel posto, mezzo sconcio, vado a dirlo. 
Passavo dal mio solito barbiere di fiducia, non erano le otto del mattino e nemmeno le due del pomeriggio, era quasi sera, una volta tanto, quasi sera. Alzai la mano con un gesto che pareva  lo stesso dell' addetto comunale alla nettezza urbana. Fermai il cammino e quasi rotolai indietro con lo sguardo: il mio barbiere di fiducia non aveva ricambiato il saluto e lo sguardo era immobile, come pietra, molto assente. Incatenai alla curiosità della notizia, la mia voglia di proseguire, girai i tacchi e rifeci la strada al contrario. Mi parai come un becchino in attesa della salma, dinanzi la porta di vetro leggerissimo, di quel vetro che il vento soffia lieve e apre, soffia e apre, soffia e fa suonare il campanello posto nell'angolo superiore. Spinsi senza forza l'uscio e notai ogni cosa al suo posto, tutto, tranne il mio barbiere di fiducia! Era strano il colore dei suoi occhi, a tratti pareva dormisse, ma era vivo, eccome se lo era! Mi notò e si sciolse in una grassa risata, continuò a ridere per qualche minuto, pensai - è impazzito o forse ho le braghe calate- nulla di tutto ciò e le risa divennero urla, poi si mischiarono alle lacrime. Chiesi - barbiere di fiducia, perché ridi? Cosa suscito oggi in te?

Non rispose,ma si calò in un silenzio serio e cupo. Mi guardò con l'attenzione di chi apre una lattina e cerca di cogliere il fragore del suono a conferma del tentativo. Poi disse - stamattina ti aspettavo. Dopo pranzo pure. Al posto tuo è passata una scimmia e mi ha chiesto di radergli il collo, sistemargli i ciuffi in testa, pulirgli i baffi. È rimasto in silenzio e  rispetto per tutto il Tempo del mio operare. Ha pagato, due monete come mancia e ha cordialmente salutato, dicendo che il mio lavoro lo soddisfaceva e sarebbe tornato presto a trovarmi. Al posto tuo, capisci? Io aspettavo te e chi mi ritrovo sulla poltrona? Una scimmia!
Provò a ricominciare con le risa ma lo interruppi con un gesto fulmineo  del volto, che intanto si era alzato ad osservarlo. Misi a fuoco le cose e nell'essere sconvolto quasi scordai del perché non fossi passato al solito orario. Nel fianco destro della memoria, quello che di norma ha il fiato corto quando corre a ricordare,ricordai. Quel mattino giunse il circo in città, con bancarelle e luci altissime e i venditori nella loro divisa di bottoni gialli simili a gendarmi ma dal rosso sbiadito, fermavano i passanti con dei biglietti a mó d'inviti e li davano a chiunque fosse interessato allo spettacolo, talvolta, anche a chi non lo fosse. Non amavo quel genere di arte e pensai di tirar dritto. I venditori di omaggi, due in particolare, si trovavano giusto all'angolo che di solito svolto per passare davanti la bottega del mio barbiere di fiducia. Improvviso e poco neutrale fui attratto dai loro abiti, né desiderai uno e come si fa nei sogni, volli non svegliarmi. Mi avvicinai ad uno di loro, feci finta di chiedere informazioni sugli animali e i clown, poi sferrai l'attacco: rubai uno dei cappelli rigidi su cui vi era impresso un logo, forse  un simbolo sovietico, forse lo era. Non ci pensai due volte e fuggì lontano. Stetti tutto il giorno a guardare quel trofeo, anche se frutto d'appropriazione indebita. Non avevo mai rubato nulla ma avevo sempre desiderato un cappello da venditore d'omaggi! Giunta la sera, lo spettacolo cominciò e mi sentì libero di tornare a casa. Libero e vittorioso. Ed ecco che qui cominciai a scrivere di quanto successomi, chiedendo all'ipotetico lettore, quasi il permesso, quasi scusa, per aver commesso un reato e aver voglia di scriverne.
E la scimmia? Perché una scimmia dal mio barbiere di fiducia? Perché al mio stesso orario?
Le parole del bottegaio furono semplici, efficaci, esaustive e le espongo come farebbe un timone che risponde ai comandi del suo timoniere:
- la scimmia che ho servito al posto tuo, indossava gli stessi tuoi vestiti, aveva tuttavia una luce diversa, strana, per nulla fastidiosa. Sono un barbiere e per me una scimmia o un uomo non fa differenza, ci lavoro su con la stessa devozione.  Certo, un animale non può avere gli stessi sensi o le paure che noi umani ci addossiamo. Ebbene sì, dovetti ricredermi! Ha usato le stesse parole di quando mi raccontasti del desiderio nutrito per anni verso i cappelli rigidi dei venditori d'omaggio del circo. Lui, non sapeva cosa farsene dei tuoi abiti e li ha lasciati qui, eccoli, non poteva vivere senza esser schiavo di un destino segnato. Tu, al contrario, hai compiuto quel gesto che il destino non ti aveva riservato. Lui è libero e con catene, tu, servo del desiderio.
Ammutolì. Tornai lento a chiedermi scusa. Si fecero le otto del mattino, ripassai davanti la porta a vetri,ma non c'era più: un domatore dava inizio al suo spettacolo.

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