L’antico negozio, la bottega con la splendida insegna stile liberty, dove si vendeva il miglior olio di Napoli, non esisteva più. Era solo un ricordo, uno dei tanti tenuto ancora in vita solo dagli anziani che, quando passavano davanti al nuovo emporio che ne aveva occupato il posto, scuotevano la testa con un gesto di estrema tristezza. Un altro pezzo della loro vita era perso per sempre, in nome di un progresso che non lasciava scampo. Non dà spazio ai sentimenti. All’angolo della strada, di fronte alla piazzetta, teatro di tanti avvenimenti della vita napoletana, la vecchia insegna “ Oleificio Imposimato” aveva fatto bella mostra di sé per circa un secolo.

L’attività commerciale fu avviata quasi subito dopo l’unità d’Italia da Cosimo Imposimato, originario della Puglia e tramandata, da padre in figlio, fino a giungere a Pasquale, che fece conoscere alla ditta il periodo di maggior splendore e anche il suo declino.

Oggi, questi negozi polivalenti stanno sostituendo piano, piano le attività commerciali a conduzione familiare, dove la vendita dei prodotti è fine a se stessa, forse addirittura di secondaria importanza. Quello che contava davvero era il rapporto che s'instaurava fra venditore e compratore, una collaborazione fatta di fiducia e amicizia. Spesso si comprava sulla parola e si pagava appena possibile. Pur con questo sistema aleatorio, i conti tornavano sempre, c’era onore e rispetto reciproco. Il progresso ha cancellato tutto questo. Oggi si vende in modo asettico, file di scaffali freddi e tristi in corridoi luminosi, come le corsie di un ospedale. Non c’è nessuna presenza tangibile che possa dare il calore e la comprensione di una persona amica, in questi posti asettici e senza anima, basta solo una fugace visita fra i corridoi e poi via….

Fin da piccolo, Pasquale faceva il garzone nella bottega del padre. Abituato a muoversi fra i clienti e i bidoni d'olio, aveva ben presto assimilato il mestiere. Aveva un ottimo carattere che gli permise in breve di rilevare l’attività del padre ormai vecchio.

Toccò a lui, da solo, dopo la morte del padre, mandare avanti la baracca. La sua gestione era sempre basata sulla cortesia e la comprensione verso la gente che veniva da lui a spendere le poche lire che erano in circolazione. Erano in pochi, quelli che potevano permettersi di comprare una bottiglia da un litro. In genere la maggior parte, dei suoi clienti, comprava un misurino ogni due, tre giorni. Un misurino equivaleva a un decilitro di litro. Questa sua bontà fu ricambiata da tutto il quartiere che affollava il suo negozio ogni giorno. Pian piano, quel periodo triste finì e gli affari cominciarono ad andare meglio. La sua bottega era quasi un punto di ritrovo per le donne che si ritrovavano tutte le mattine per comprare e fare quattro chiacchiere.

Pasquale diventò un personaggio grazie alla sua disponibilità verso la gente del popolo. Ognuno ci teneva a dimostrare che era suo amico. Lo invitavano a tutte le ricorrenze anche private. Fece da padrino a molti neonati e spesso faceva discorsi ai funerali d'amicizie comuni. Era così impegnato, in queste attività collaterali, da essere costretto ad assumere dei garzoni per mandare avanti il negozio. Lui elegantissimo, intanto, girava per il quartiere, ossequiato e riverito e spesso corteggiato da molte ragazze. Era, infatti, ancora celibe ed era come si diceva, un buon partito.

Naturalmente non era solo la gentilezza o la sua simpatia a renderlo così ben accetto, ma anche la serietà di comportamento e allo spiccato senso di uguaglianza e giustizia verso tutti, sia ricchi sia poveri.

La vita non poteva dargli di più, tutto andava per il meglio, ma il diavolo ci mise lo zampino. Alcuni elementi ben conosciuti nel quartiere lo presero di mira e riuscirono a tirarlo dalla loro parte.

Il suo compito era passeggiare in carrozza per farsi vedere, riappacificare e risolvere le questioni con quanti erano in dissidio. Lo avevano fatto diventare una specie di burattino di cui loro tiravano i fili. Un genere di vita che a lui non piaceva per niente, non era il suo modo di vivere quello. Desiderava solo tornare dietro il suo banco e servire misurini d’olio a comari chiacchierone.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale in parte risolse a suo favore la questione. La svalutazione, la miseria, l’indigenza della popolazione fece precipitare la situazione costringendolo a tornare al suo lavoro. Dietro il banco, nel suo unto camice nero, cercava di guadagnarsi la giornata con misurini di olio, che con gran difficoltà ancora riusciva a farsi mandare dalla Puglia.  

I suoi compari, che lo avevano preso fra loro, erano impegnati in altre faccende e, per il momento, lo lasciavano in pace. Fu in quel periodo che conobbe una ragazza che veniva dalle sue parti, diretta al nord per sfollare. Ebbe la fortuna di conoscerla alla stazione dove lei era appena scesa dal treno, lo stesso che lui stava aspettando per ritirare alcune damigiane d’olio. Fu un colpo di fulmine. Nonostante le difficoltà e, gli orrori della guerra, i due si sposarono. Pasquale anche se aveva conosciuto giorni di benessere, era abituato ai sacrifici e insieme alla sua giovane sposa, dovette affrontarne degli altri.

La moglie era molto carina, una ragazza di campagna non molto sveglia ma robusta e piacevole da guardare. Don Pasquale la rimise a nuovo. Comprò vestiti nuovi e più adatti alla città e le diede un po’ di lezioni di comportamento. Ora la donna faceva la sua bella figura, molto appariscente e attraente.

Abitavano nella sua casa e, insieme, lavoravano in negozio, anche se la clientela comprava sempre di meno e pagava sempre più tardi. La vita andava avanti a stento, il periodo era quello che era e tutti dovevano arrangiarsi.

Il destino, invece, aveva deciso che questo periodo di relativa tranquillità, per il povero don Pasquale, doveva essere interrotto.

Un giorno, infatti, si presentarono in negozio due rappresentanti di una sedicente associazione per chiedere dei contributi per una fantomatica causa. Don Pasquale non ci mise molto a individuare i due come personaggi del vecchio giro d'amicizie di cui aveva fatto parte in passato. Le visite ben presto diventarono assidue e costanti, con una frequenza settimanale. Lui lo sapeva bene, non poteva opporsi, faceva parte del gioco. Ribellarsi non sarebbe servito a niente, solo a creare problemi non risolvibili.

Con gli scarsi guadagni e con questi prelievi settimanali aveva dovuto modificare di molto il suo tenore di vita. Dopo la chiusura del negozio, si ritirava in casa e non usciva se non il mattino successivo, per andare a lavorare. Questa faccenda delle visite proprio non gli andava giù. Incapace di mentire, la sua faccia, quando venivano gli esattori, diventava più che eloquente.

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