Il cantante è sulla scena. Ha un testo che rispecchia la sua vita e così riesce ad interpretarlo in modo sublime. Fa piangere il suo pubblico perché racconta la  sua verità. Racconta del suo amore impossibile, dei suoi sogni, delle sue speranze. Ha la bocca amara come se le sue labbra avessero assaporato le insidie di una vita creduta sogno e rivelatasi dramma. Ma la voce del cantante prosegue con tutta la forza che gli resta in corpo perché sa che lasciarsi annientare dagli eventi vuol dire soccombere alla violenza del tempo. E questo non si deve mai permettere. È ancora sulla scena mentre scorre la musica e le note si rincorrono con le parole in un gioco di sorpassi e di altezze. Lui, con i suoi sospiri, le sue ansie che comunica a chi lo ascolta. Piange e piangono, ride e ridono. In una sintonia che ha la dolcezza della voce femminile e la rugosità del cipiglio maschile. I capelli al vento come righi di un pentagramma riempito dalle pause e dagli accordi di una vita che è ordito, trama di una tela di ragno in attesa, sempre in attesa, per recuperare qualche frammento dei sogni giovanili. Canta il cantante. E non c'è nessuno che perde quelle vibrazioni che disorientano, scompigliano, fanno tremare, fanno sussultare ogni cellula, tutte le cellule del cuore.
Quella sera il cantante nasce e muore, rinasce sulle sue ceneri come l'araba Fenice e si concede per sentirsi vivo nei cuori di chi lo ascolta. È questa la sua certezza. Riuscire a diventare musica che ossigena gli altri, diventare acqua che disseta e cielo che benedice con il coro dei suoi angeli. Il cantante è diventato testo ed il testo è lui che vaga tutte le volte che il refrain si accende nella mente di chi ha recepito il messaggio e lo rinnova con la sua voce rauca e stonata o nel microfono di un karaoke che conforta e dà alla canzone e alla leggenda del suo cantante l'eternità. 

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