Era nostro. Il nostro tesoro e il nostro segreto. C’era dentro la nostra favola preferita. Olivia era romantica. Credeva ai sogni, alla sua famiglia, ai biscotti sfornati la domenica pomeriggio. E anche ai principi azzurri che scendevano dalla montagna più alta con il cavallo bianco e conquistavano il cuore delle principesse. Ma quel principe azzurro per lei, non è mai arrivato. C’ero io al suo fianco. Era come un paladino o forse un arrotino arrugginito o troppo acerbo. Sì, acerbo.

 

Avevo quattordici anni. Lei solo ventitré. Non mi sembravano tanti. Aveva ancora un corpo da bambina, si nascondeva nei maglioni larghi e nei pantaloni della tuta. Non mostrava le sue forme. Lei era i suoi libri, le sue parole. I suoi sogni. Li rincorreva come fossero farfalle. Erano dentro di lei e voleva che fossero anche i miei. Per questo ci rintanavamo in cantina. Aprivano la porta di metallo e accendevamo la luce. Una lampadina nuda sui nostri occhi. E lei scriveva, accovacciata contro il muro freddo su quattro zampe arrugginite di un tavolo sgangherato.

Mi sentivo fuori luogo, ma questo biglietto piegato è sempre stato il nostro tesoro. Olivia lo sapeva. Lo sa ancora adesso. È passato tanto tempo da quel ventiquattro febbraio quando tutto è cominciato o dove tutto è finito. Lo ha lasciato a me con quella mano tremolante incerta sulla vita ancora da sognare. Mi ha detto conservalo. Me l’ha detto, sussurrando. Poi ad alta voce mentre scendeva dal tavolo con la penna in mano, mi ha detto: “Sogna, se puoi”.


 


 

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