Quante maschere ci porta ad indossare la vita. Sono necessità d'identità per continuare a vedere la nostra  persona viva in quella  societas che può essere accogliente ed annichilente. E ci si sforza a far sentire la propria voce, a scambiare i nostri sentimenti sempre con quelle maschere delle convenzioni, che cambiano ogni qual volta  i tempi trascorrono e ci si ritrova in altre condizioni. Maschere che sono di cartapesta, maschere di pelle che offrono opportunità anche se nascondono la vera nostra identità. Ossessionati dalle performace personali, sembra non interessarci se ci si ritrova a stipulare patti con la società-diavolo per essere sempre riconosciuti nei ruoli e vivere la vita come protagonista non autentico, sotto falsa identità per sopravvivere. E quando si prospetta l'opportunità di presentare ciò che siamo dentro, che non coincide mai con quello che gli altri vedono di noi, si rimane delusi perché si rischia di non essere riconosciuti e passare inosservati. Ma a volte può anche succedere che un ruolo che interpretiamo, una maschera che indossiamo può diventare manifesto della nostra vita, pelle trapiantata della  quale non riusciamo più a farne a meno. Ed il ruolo ha il sopravvento su quello che in realtà noi siamo tanto da dimenticarci di noi stessi per guardarci allo specchio e vederci imbiancato, sciupato, screpolato. E qui allora che gridiamo la nostra voglia di vita e ci lanciamo in un tango passionale per non sentirci solo, per non soccombere alla maschera che portiamo e che porteremo per tutta la vita.

 

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"Buongiorno, ispettore, come va?" Chiese il barista dietro il bancone. "Buongiorno, Antonio… lo sai che ormai sono in pensione… non chiamarmi più ispettore." Lanciò uno sguardo che oscillava tra il sornione e il faceto. Da trent’anni circa, prima come ispettore e poi da pensionato, veniva in quel [...]

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