Era una bella domenica di sole caldo, un caldo che dava addirittura fastidio, da dietro il finestrino della macchina, ma non l’avrei detto perché era una di quelle domeniche che fanno ripensare all’infanzia e che fanno venire una gran voglia di stare fuori e andare in giro, per cercare qualcosa che ci dica che l’infanzia, in fondo, non è proprio finita, che c’è ancora qualcosa che possiamo fare per sentirci spensierati come in quei giorni. Non fosse altro che per una sola domenica.
Avevo deciso di andare a Cremona e il compagno della mia vita, dopo aver sollevato le sopracciglia e aver fatto una smorfia, aveva accettato scettico quella meta per trascorrere la domenica in un posto diverso.
A Cremona io c’ero stata solo una volta e a quei tempi ero proprio nel pieno dell’infanzia. Eppure era una domenica molto simile a questa, con un caldo quasi inaspettato, in cui le scarpe di vernice e le calze di cotone davano fastidio. Ricordavo il Torrazzo e una pasticceria del centro dove vendevano dei dolci che simulavano la polenta: nient’altro, ma questo bastava a farmi venire voglia di tornarci.
Lui invece a Cremona non c’è mai stato, o meglio non ricorda di esserci mai stato e se non si ricorda, dice, allora vuol dire che non c’era proprio niente da ricordare.
Cremona, chissà perché, non gli piaceva proprio e continuava a dirlo, mentre guidava e probabilmente rimpiangeva il divano e la televisione, anche in una domenica come questa. Il suo umore non migliorò quando il navigatore ci fece sbagliare strada e dovemmo uscire dall’autostrada per poi rientrare nel senso opposto. A questo punto si lamentò anche dei chilometri, che erano troppi per una giornata e per una città in cui sicuramente non c’era niente da vedere.
E’ stato allora che ho ripensato a Maria e a quel suo viaggio in senso inverso di quasi un secolo fa, quando anche quei pochi chilometri dovevano esser tanti davvero.
Maria a Milano non ci arrivò in macchina, sicuramente ci arrivò in treno, un treno malandato, con un biglietto di terza classe. Non credo ci fosse il sole, credo fosse invece un giorno d’inverno e di nebbia. Riesco quasi ad immaginarla mentre sale e si siede in uno scompartimento, con i capelli nerissimi raccolti sulla nuca e i vestiti neri, che portava anche nelle foto in cui non era ancora vedova. Una borsa posata sulle ginocchia, con le sue poche cose, il giornale infilato nei manici. Perché Maria leggeva ogni giorno, avidamente, il giornale.
Più difficili da immaginare sono i suoi pensieri, che non dovevano certo essere gioiosi. Si lasciava alle spalle un padre ubriacone e rovinato, che avrebbe dovuto aiutare, e due sorelle morte, forse in circostanze misteriose. Lasciava una vita che non era stata né facile né fortunata, per un’altra che sicuramente non prometteva niente di buono. Eppure nessuno degli altri passeggeri avrà potuto anche solo vagamente indovinare i suoi pensieri, perché era estremamente chiusa e riservata, e i suoi grandi occhi scuri impenetrabili.
Quel giorno, quando scese alla stazione di Milano, sfiorava i trent’anni e sicuramente era considerata ormai una zitella, per i tempi di allora. Ma non credo gliene importasse molto. Non credo che quel giorno Maria si ponesse il problema di un marito e dei figli, perché altri problemi affollavano la sua mente. Quando le sue scarpe rovinate toccarono il marciapiede della stazione, probabilmente si sentiva vecchia e certo non immaginava che invece, negli anni, avrebbe rimpianto quel momento, in cui era ancora giovane e bella e libera. Quel giorno la sua seconda vita le stava davanti e avrebbe potuto prendere qualsiasi piega lei avesse voluto. Se solo lo avesse voluto.
A Milano Maria invece trovò l’amore, travolgente e appassionato, che sconvolse la sua vita e che passò indenne attraverso due guerre, sette figli, persino una lunga separazione.
“Che errore Maria!” scriveva molti anni dopo suo cognato. “Eri giovane e bella…”
Di quell’amore, che iniziò all’improvviso e che fu totale e assoluto, Maria parlò soltanto una volta, in un’altra domenica di sole, molti anni dopo, quando i suoi capelli scuri erano diventati bianchi da tempo, mentre era seduta sul sedile di legno di un tram, con una nipote, che non era certo la sua preferita e che, al contrario, aveva sempre malsopportato, perché troppo vivace, troppo curiosa, troppo bambina e lei di bambini era stanca, perché aveva avuto troppi figli e troppi nipoti.
Ma quel giorno, nella bambina scatenata, che si era trasformata in un’adolescente tranquilla e silenziosa, che forse aveva appena smesso di giocare agli indiani e di chiamarsi Inchiostro di China, ma ne sentiva la nostalgia, Maria trovò qualcosa di se stessa, che non erano solo i grandi occhi scuri. E lei, una donna riservatissima, che non aveva mai parlato dei propri sentimenti e che mai avrebbe pensato di farlo, raccontò a quella nipote del suo amore appassionato.
Nella sua seconda vita, durante la quale non dimenticò mai la prima, Maria ebbe molto: sposò l’uomo che amava, ebbe sette figli, tutti sani e di straordinaria bellezza.
Eppure, nelle innumerevoli foto che ho trovato a casa dell’ultima dei suoi figli, l’espressione dei suoi occhi scuri è sempre la stessa, contrariata e risentita, sottolineata dalla smorfia che le stringe le labbra.
Da bambina, quando incrociavo il suo sguardo in quelle foto, mi sembrava che per qualche motivo Maria ce l’avesse con me e siccome non capivo la ragione di quel risentimento ostinato, Maria non mi piaceva, mi era anzi antipatica, pensavo e mentre lo pensavo mi sentivo in colpa verso quella sua figlia sempre sorridente, che l’aveva tanto amata e che chiedeva soltanto di vedere tutti felici e in pace.
Non sapevo e non mi interessava poi tanto di sapere da dove venisse quel suo risentimento, invece adesso lo so. Maria ebbe molto ma non ebbe abbastanza, non ebbe quello che voleva e non come lo voleva. E il tempo passò troppo in fretta e si portò via la sua giovinezza e lei forse non smise mai di rimpiangere quel giorno quando, scesa dal treno, avrebbe potuto avere una vita diversa.

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