Ada aveva imparato che il mondo ha un odore. Non quello del pane caldo o dei tigli d’estate. Il mondo odorava di cemento bagnato, ferro, ascensori chiusi, ospedali, cappotti umidi. 

Odorava di corpi che si sfiorano senza vedersi. Di paura. La paura, Ada la percepiva prima delle parole.

Forse per questo era attraversata da mille sensazioni. Una donna che piangeva sull’autobus. Un cane lasciato sotto la pioggia. Un bambino solo in un supermercato. 

Le bastava vedere e qualcosa le rimaneva dentro. Il giorno in cui smise di alzarsi non accadde niente. Nessuna tragedia abbastanza grande da giustificarlo. 

La luce entrò dalla persiana. Il motore del frigo cominciò a ronzare cupo. Un motorino passò in strada. 

Ada aprì gli occhi e seppe che non sarebbe scesa dal letto. Non perché non volesse. La volontà c’era ancora. Era il corpo ad aver smesso di obbedire. Pensò al caffè. Alla doccia. Al telefono. Al lavoro. A tutte quelle piccole cose che per gli altri erano piccole e per lei erano montagne. Richiuse gli occhi. Il primo giorno non mangiò. Il secondo nemmeno. Il terzo bevve acqua e rovesciò metà bicchiere sulle lenzuola. Guardò la macchia allargarsi. Non la pulì. Anche quello era troppo. Così il mondo cominciò a restringersi. Prima la strada. Poi la casa. Poi la stanza. Alla fine rimase soltanto il letto. 

Il materasso era vecchio. 

Una stoffa chiara, ingiallita agli angoli, e una cucitura aperta sul fianco sinistro. 

Ada infilò due dita nella fessura. Sotto trovò la gommapiuma. Premette. Cedette. Poi tornò al suo posto. Ada lo fece ancora. Le piacque quella cosa che non chiedeva niente. Cominciò a scavare. Un poco ogni giorno. Con le mani. Strappava la gommapiuma e la nascondeva sotto il letto. Finché la cavità fu abbastanza grande. Prima entrò con la testa. Poi con una spalla. Poi con tutto il corpo. Il buio le si chiuse addosso. 

Ebbe paura. Poi sentì il calore. La gommapiuma le premeva contro la schiena, i fianchi, le gambe.

Non la schiacciava. La teneva. 

Da fuori arrivavano i rumori della vita, deformati come attraverso l’acqua. Ada ascoltò il proprio cuore. Uno. Due. Tre. 

E rimase lì. Dentro il materasso c’era odore di polvere, sapone vecchio e pelle. Un odore quasi animale. Un odore che le ricordava qualcosa che non aveva mai conosciuto e che il corpo, forse, ricordava comunque: il buio, l’acqua, il calore, un cuore che batte oltre il proprio. Il ventre. Ada dormiva. Il tempo perse i suoi nomi. Lunedì, domenica, compleanno, Natale. Non esistevano più. Esistevano il sonno, la fame, la sete. E il respiro. Da dentro ascoltava il mondo continuare. Una bambina rideva. Un cane abbaiava. Una coppia litigava. Ad una trasmissione televisiva qualcuno rideva. La risata era la peggiore. Non perché Ada odiasse la felicità. Perché significava che la vita non si era accorta della sua assenza. Eppure lei continuava a sentire tutto. Era questa la sua condanna: non essere fragile, ma permeabile. 

Gli altri potevano vedere il dolore e andare avanti. 

Ada no.

A lei restava addosso. 

Non capiva come una mano potesse accarezzare e colpire. Come una bocca potesse dire “ti amo” e mentire. Come un essere umano potesse salvare qualcuno al mattino e ferirne un altro la sera. Forse era questo che l’aveva stancata più della crudeltà: il fatto che bontà e ferocia abitassero lo stesso corpo. Nel materasso, almeno, non c’erano contraddizioni. Non c’era niente. E quel niente la accoglieva. Ada non voleva morire. 

Non esattamente. Non voleva più essere costretta a vivere in quel modo che gli altri chiamavano vita.

Non voleva più funzionare. 

Non voleva più spiegarsi. Non voleva più rispondere “bene” quando bene non era. 

Il materasso non domandava. 

Per questo diventò pericoloso. Un rifugio, se dura abbastanza, può diventare una tomba senza che nessuno la debba scavare.

Una mattina Ada pensò che avrebbe potuto rimanere lì fino a confondere il proprio corpo con la gommapiuma. 

Non pianse. Fu quello a spaventarla. Poi bussarono. Tre colpi. Silenzio. Altri tre. «Ada? Ci sei?» Lei non rispose. 
La persona rimase qualche secondo davanti alla porta. Entrò per pochi istanti, poi se ne andò. Sul pavimento restarono una tazza e un foglio. Ada fece uscire una mano dalla fessura. Il pavimento era freddo. La tazza tiepida.

Aprì il foglio. Quattro parole. Non devi guarire oggi. Ada le lesse. 

Poi chiuse gli occhi. Le lacrime arrivarono senza rumore. Non era sollievo. Non era felicità. Era soltanto qualcuno che, per una volta, non le chiedeva di essere diversa da quella che era. Rimase dentro. Ma il giorno dopo ascoltò un uccello sul davanzale. Quello dopo ancora tirò fuori una mano. La posò sul pavimento. Freddo. Duro. Indifferente. Ada la lasciò lì. Il giorno seguente uscì con un piede. Poi si sedette. Poi si alzò. Le gambe tremavano così forte che dovette appoggiarsi al muro. Nessuno vide. Nessuno seppe. Andò in bagno e aprì l’acqua. Rimase sotto la doccia finché il freddo non le fece male. Il mattino dopo aprì la finestra. Entrò l’odore di pioggia, benzina, pane. Lo stesso mondo. Nessuna promessa. Nessun miracolo. Ada respirò. Ci furono giorni in cui tornò a letto. Giorni in cui non rispose. Giorni in cui il buio tornò a sembrarle una lingua madre. Ma imparò a uscirne prima che diventasse casa. Una sera rimase davanti al materasso. La cavità era ancora lì. Infilò una mano dentro. La gommapiuma cedette sotto le dita, morbida come allora. Per un istante Ada pensò di rientrare. Poi tolse la mano. Prese il lenzuolo e lo stese. La cavità rimase scoperta, una piccola bocca nera sul fianco del letto. 

Ada andò in cucina. Mise il caffè sul fuoco. Aspettò. Una goccia bollente le cadde sulla mano. Si scottò. Guardò la pelle diventare rossa. Tornò davanti alla porta della camera, entrò, guardò il materasso. 
«Ci sono», disse. 

Poi uscì dalla stanza.

La porta rimase socchiusa. 

La luce entrò lentamente nella stanza e si fermò sulla soglia.

Ada si avvolse fra sciarpa e capelli. Infilo in tasca le chiavi di casa, dopo molto tempo apri la porta e l‘aria così violenta le bruciò gli occhi e seccò le labbra. Un tremore costante la accompagnò per tutto il tragitto

nel quartiere. Era sopraffatta da tutto. Voleva solo tornare da lui, a casa.  

Il buio era ancora lì. 

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