Parte III

Briciola si fermò.

Mi guardò.

E si sdraiò lentamente per terra.

Ricordo ancora oggi quello sguardo.

Fu una delle tre o quattro volte in tutta la mia vita in cui provai il terrore vero.

Quello che ti svuota lo stomaco.

Respirava con enorme fatica. La lingua era completamente fuori e, ogni tanto, il corpo sembrava attraversato da piccoli sobbalzi.

Mi inginocchiai accanto a lei.

Le accarezzai lentamente la testa.

«Dai piccola... ci siamo quasi. Arriviamo alla macchina e poi andiamo a casa. Ti do un sacco di pappe buonissime, te lo prometto.»

Per fare gli ultimi cento metri ci misi quasi quaranta minuti.

Non stavo più camminando.

Aspettavo che fosse lei a decidere quando ripartire.

Un passo.

Poi una sosta.

Altri due passi.

Un'altra sosta.

In quei quaranta minuti capii una cosa molto semplice: quando ami davvero qualcuno, cento metri possono diventare lunghi come un deserto.

Quando finalmente arrivammo alla macchina Briciola non riusciva più nemmeno a saltare sul sedile.

La presi in braccio.

Era pesante.

Molto più pesante del suo peso reale.

Perché quando hai paura di perdere qualcuno ogni chilo sembra raddoppiare.

Poldo, invece, salì da solo.

Si sistemò sul sedile posteriore e rimase in silenzio.

Anche lui aveva capito che non era più il momento di fare il buffone.

Il viaggio verso casa fu il più lungo che abbia mai fatto.

Abbassai completamente tutti i finestrini.

L'aria della campagna romana entrava nell'abitacolo come una carezza.

Ogni tanto accostavo.

Prendevo una bottiglia con l'acqua del Mignone che avevo conservato nello zaino e gliela versavo lentamente sulla testa.

Non avevo la più pallida idea se quella fosse davvero la cosa giusta da fare.

Non stavo più ragionando.

Stavo semplicemente sperando.

Anzi.

Stavo pregando.

Continuavo a guardare la strada.

Poi guardavo lei.

Di nuovo la strada.

Di nuovo lei.

Come se distogliere lo sguardo anche solo per qualche secondo potesse peggiorare la situazione.

Poi, piano piano...

Quei piccoli sobbalzi iniziarono a diminuire.

Il respiro divenne meno affannoso.

La lingua rientrò appena.

Lo sguardo ricominciò lentamente a illuminarsi.

L'aria fresca che entrava dai finestrini, l'acqua gelida del Mignone e, forse, anche un pizzico di fortuna stavano facendo il loro lavoro.

Fu in quel momento che ricominciai a respirare anch'io.

Ogni tanto Briciola si girava verso di me.

Mi fissava.

Io sono convinto che i cani parlino.

Non con la voce.

Con gli occhi.

E quelli di Briciola, quel giorno, sembravano dirmi:

"Sei un bravo papà... anche se ogni tanto sei uno scemo di livello professionistico."

"Comunque hai promesso che quando arriviamo a casa mi darai un sacco di pappe buone."

"Io quella promessa me la sono segnata."

Accennai un sorriso.

Era il primo sorriso vero dopo quasi due ore.

«Sì, piccola... manterrò la promessa.»

E dentro di me aggiunsi un'altra frase, che non ebbi il coraggio di pronunciare ad alta voce.

"Ti prego... basta che mi riporti a casa con quegli occhi."

Per il resto del viaggio non desiderai altro.

Né arrivare prima.

Né mangiare.

Né riposarmi.

Volevo soltanto vedere Briciola alzarsi dalla macchina con quella sua andatura elegante, come se tutta quella paura non fosse mai esistita.

E mentre guidavo mi resi conto di una cosa.

Per tutta la mattina avevo avuto paura del divorzio.

Adesso mi sembrava il problema più ridicolo del mondo.

Perché ci sono momenti in cui capisci, all'improvviso, quali sono le cose che contano davvero.

E io, in quel momento, ne desideravo una soltanto.

Riportare Briciola a casa.

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