Sul gruppo Facebook del quartiere comparve un post drammatico:
— Amici, ho perso il cellulare. È la mia vita, il mio lavoro: senza di lui non vado avanti. Aiutatemi con una piccola donazione.

I primi euro arrivarono subito. Ma un certo Paolo commentò:
— Non ti preoccupare, ho un telefono identico al tuo, praticamente nuovo. Te lo regalo volentieri.

Silenzio.
Un minuto dopo, Paolo risultava utente bloccato.
La colletta riprese, e nel quartiere la voce corse: il piangino aveva fatto la sua prima brutta figura.

Non si arrese.
Gettò paglia e gramigna su Paolo:
— È falso! Non voleva regalarmi niente, pretendeva soldi!
Qualcuno rise, qualcuno gli credette.
Una piccola fazione si schierò con lui.
Chi provava a obiettare… bloccato.

Poi cambiò copione. Ricomparve piangente:
— Mi stanno sfrattando! Cinque affitti arretrati. Presto vivrò sotto un ponte con poche cose in una busta.

Un utente suggerì:
— Forse sarebbe il caso di cercare un lavoro stabile.
Bloccato.

E non era finita.
Rialzò la posta:
— Dopo lo sfratto ho capito cosa significa non avere un tetto. Voglio fare qualcosa di grande: ho trovato una casa per accogliere chi non ha nulla.
Allegò anche una foto della villa, col giardino curato e la cancellata lucida.
— Un letto e un pasto caldo per i poveri.
Ho già versato 30.000 euro di anticipo, ma il mutuo è di 500.000.
Non posso farcela da solo.

Il post commosse.
Qualcuno fece notare che la stessa casa era ancora online sugli annunci immobiliari.
Commento visibile per due minuti.
Poi: bloccato.

Le donazioni continuarono ad arrivare dai nuovi iscritti.
Così il piangino diventò martire, sfrattato, benefattore…
Sempre con lo stesso trucco: piangere più forte di tutti e zittire chiunque rovinasse la scena.

E nel quartiere, ogni volta che qualcuno si ritrovava bloccato, scattava la risata corale:
— È toccato anche a te? Benvenuto nel Piangino Social Club.

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