PROLOGO – IL RISVEGLIO

 

Prima che la casa fosse costruita, prima che il quartiere esistesse, prima ancora che qualcuno tracciasse una mappa di quel terreno, c’era solo un campo incolto, che nessuno voleva, nemmeno in regalo.

Gli anziani del paese lo chiamavano «La Fossa del diavolo». Dicevano che quella terra era maledetta, che non dava niente di buono, che se appoggiavi l’orecchio, potevi sentire un respiro rancoroso e un lamento di voci.

E nessuno, ovviamente, li ascoltava.

 

Quando arrivarono gli operai per gettare le fondamenta della nuova costruzione, il capocantiere, manovrando una ruspa per dissodare la terra, andò a sbattere contro un qualcosa che ricordava un altare, sepolto sotto uno strato di radici nere.

Non sembrava un altare cristiano, non sembrava nemmeno un manufatto costruito dagli uomini.

 

Era una pietra nera, liscia, incisa con segni che non sembravano scritti, ma graffi, come se qualcosa, o qualcuno, avesse tentato di uscire dal male stesso che l'aveva generata.

Al centro, una cavità perfetta, scavata con una precisione impossibile.

 

Gli operai risero, divertiti dall’idea di un «reperto archeologico». Presero martelli e picconi e spezzarono la pietra, riempiendo la cavità di polvere e detriti.

 

E per la prima volta dopo secoli, la terra respirò.

Quella notte, il primo uomo scomparve.

 

Lo trovarono all’alba, in ginocchio, con la fronte premuta contro il terreno, gli occhi spalancati verso l'invisibile e la bocca piena di terra, come se avesse tentato di soffocare un nome. Sui palmi delle mani, incise col sangue, due croci capovolte.

 

Il medico parlò di un infarto.

Il prete parlò di possessione.

Gli operai parlarono di licenziarsi.

 

Ma il capocantiere no.

Lui disse solo una frase, con una voce che non sembrava più la sua:

«La casa deve essere finita».

 

E così fu.

Quando la costruzione venne completata, di lui non si seppe più nulla.

Nessuno lo vide più, nessuno lo cercò davvero, tutti sapevano — anche se nessuno lo diceva — che la casa non era stata costruita.

Era stata risvegliata.

 

E da quel giorno, chiunque ne varcasse la soglia poteva sentire la stessa cosa:

un respiro lento, profondo, malvagio.

Un respiro che non apparteneva alla casa.

Ma a Colui che la casa attendeva.

 

LA CASA

L’agente immobiliare non sapeva spiegarsi perché, appena entrato, l'aria fosse diventata solida, quasi irrespirabile. Non era ansia o un imminente attacco di panico, era la sensazione, quasi tangibile, che la casa avesse fiutato qualcosa di familiare in lui, o nell’uomo che era al suo fianco.

«Come le dicevo…» tentò, deglutendo a vuoto, «La zona è tranquilla. C’è la vigilanza armata, nessun rischio di intrusioni…». L’uomo non parlava, non ascoltava, non guardava le stanze o le finiture come un qualunque acquirente: osservava invece le pareti con una confidenza curiosa. Sfiorò il muro con le dita e la superficie sembrò incresparsi, un brivido, come pelle che riconosce un tocco familiare. Quando si voltò, i suoi occhi avevano cambiato colore.

«Qualcuno è già dentro» disse con una voce cavernosa.

«Intende… un altro visitatore?» balbettò l’agente.

«No. Voglio dire qualcuno che la casa ha deciso di trattenere».

Un rumore improvviso dal piano di sopra. Non erano passi, ma un trascinarsi vischioso e pesante, come un corpo che riprende a muoversi dopo un lunghissimo periodo di immobilità.

«Forse un animale…». «Gli animali non pregano» lo interruppe bruscamente l’uomo. «E lei prega, ogni notte, alle tre e ventitré, sempre la stessa invocazione».

Sorrise, un taglio sottile sul volto pallido: «Signore della luce oscura, del caos e del nulla eterno… torna in mezzo a noi».

L’agente sbiancò. Un graffio risuonò nel muro. Non da fuori: da dentro il muro.

La figura si manifestò senza attraversare porte, come se la casa l'avesse sputata da un buco invisibile. Era una donna — o ciò che ne restava: il corpo deforme, la pelle, fradicia e trasparente aderiva alle ossa come muffa su un teschio. L’agente immobiliare indietreggiò, paralizzato, ma l’uomo la osservò con una calma quasi affettuosa.

«Lei è la prima» disse, «la più devota».

Poi divenne ombra che si addensò intorno all'uomo, diventando una seconda pelle. I suoi occhi si accesero di una luce impossibile: lo stesso colore di qualcosa che brucia senza consumarsi. Quando parlò, la sua voce era un coro distonico, quasi incomprensibile.

«Io sono il vero re, il messia della mia chiesa».

Non aveva corna né ali, era l’eleganza assoluta del caos, un principio antico quanto la prima disobbedienza.

«Io non entro nelle case» sussurrò, mentre le pareti si incurvavano verso di lui. «Le case mi aspettano».

Sul pavimento, in un angolo, una bambina. Un vestitino lurido copriva un corpo incompiuto. «Io sono stata la prima offerta», disse con crudele dolcezza. «Il Signore dell'oscurità mi ha voluto con sé».

Lui chinò appena il capo, accarezzandola, in un gesto di affetto malvagio.

Poi proseguì:

«Mi nutro del desiderio senza limiti che avete di peccare, siete così prevedibili, miserabili creature. Io non sono il male, io creo il male, lo compio. Non impongo la caduta, la rendo possibile. Voi chiamate Lui amore: ma l’amore obbliga alla libertà, la libertà genera scelta. E la scelta genera me».

«Io sono la conseguenza, il ribelle mai morto, sono l’ombra nata quando Lui disse: “Sia la luce”. Se Egli è l’Essere, io sono la possibilità del non-essere. Non sono la morte: la morte è un confine, e io non ho confini».

Il Signore dell’Oscurità inspirò profondamente: il pavimento cedette sotto i piedi dell’agente immobiliare, che sparì soffocando le urla nel cemento.

«Ne voglio un altro» mormorò la bambina divertita.

Proprio allora, il campanello suonò.

 

Il suono fu netto. Una pausa, poi un secondo trillo, e la porta si aprì lentamente. Sulla soglia c’era un sacerdote. Non giovane, non anziano, gli occhi cerchiati di stanchezza e occhiaie pesanti di chi veglia molte notti in preghiera. In mano un piccolo crocifisso, intorno al polso un rosario. Non sembrava spaventato.

 

«Non sapevo dove andare» disse alzando lo sguardo, «Ma sapevo che dovevo venire qui, esattamente a quest'ora».

 

Il Signore dell’Oscurità lo guardò con derisione «Credi di scacciarmi con quel pezzo di legno, prete? Io sono la libertà che l'uomo ha scelto».

 

«No» rispose, «Tu sei la sua ferita che non si rimargina».

 

 

 

 

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