Roma, quando cala la notte, le strade spesso se svuotano pe’ davvero, la città nun dorme: se trasforma. I sampietrini diventano costellazioni di pietre stellari, i lampioni sembrano soli artificiali, e i tombini… ah, li tombini diventano porte pe’ magici mondi che l’occhio umano manco sospetta.

Sotto er Foro de Traiano, tra antiche fondamenta e cavi de fibra ottica, viveva Topo Mus, un topo piccolo de statura ma grande de curiosità. Aveva er pelo grigio argento, l’occhi neri come du’ perle de pece, e un pensiero che je correva più veloce de un Frecciarossa. Mus nun era un topo qualunque: sapeva legge le scritte sui muri, capiva er linguaggio delle antenne, e certe notti sentiva pure le voci delle statue di piazza San Pietro parlare tra loro.

«A Mus,» je dicevano li compagni de fogna, «ma che te frega de andà a girà per il mondo? Non stai bene co’ noi, tra briciole e pezzetti de pane?»

E lui, serio serio, rispondeva: «Er pane sazia er corpo, ma la strada sazia l’anima. E io vojo capì si la città è una gabbia o è un’astronave.»

Una notte, sopra Ponte Sant’Angelo, una pioggia fina cadde come polvere d’argento. Mus s’era arrampicato fino a un vecchio condotto d’aerazione e da lì vedeva l’intera metropoli: diversi droni gendarmi volavano bassi come rondini metalliche, tram silenziosi scorrevano su binari luminosi, cupole antiche illuminate da insegne olografiche. Roma pareva costruita da du’ epoche che se stavano a abbraccià e a litiga’ allo stesso tempo.

Mentre stava lì, Mus sente una voce dietro de lui.

«Nun se po’ sta’ tranquilli manco pe’ un minuto, eh?»

Mus se gira: era Gilda, una gatta bianca e nera, co’ un collare elettronico mezzo rotto e l’aria de chi aveva visto più guerre che pasti caldi.

«Ahò, Gilda… m’hai fatto prende’ un infarto piccolo piccolo.»

«Tu un infarto? Tu sei un filosofo co’ la coda. E sempre su sti terrazzi a guardà Roma come se dovessi capì er vero mistero dell’universo.»

Mus strinse l’occhi. «E forse sì. Dimme, Gilda: secondo te la città ce possiede o noi possediamo lei?»

La gatta fece un sorriso storto. «Questa città nun possiede nessuno. La metropoli te mastica, te sputa, e poi te lascia cambiato. Ma ricorda: se resti lo stesso, nun l’hai capita.»

Mus restò in silenzio. Quelle parole gli pesarono addosso come un mattone antico.

All’improvviso, dal cielo arrivò un rombo secco. Un drone nero, grosso come un falcone, puntò diritto su di loro. Sotto c’era un simbolo rosso: Sorveglianza Urbana Centrale.

«Ahi!» sibilò Gilda. «Ce stanno a cercà.»

Mus s’abbassò d’istinto. «Chi?»

«Te. E pure me, probabilmente. Stai zitto… e adesso corri.»

Scesero de corsa pe’ na scala de servizio che portava giù, giù, giù, fin dentro a una Roma sotterranea fatta de tunnel, archi, cunicoli e vecchie gallerie der metrò abbandonate. Là sotto, tra murales che brillavano al buio e vecchi schermi rotti, c’era la Città Segreta: un regno de gente esclusa, robottini abbandonati, topi, piccioni, venditori de pezzi elettronici e scienziati der sottosuolo.

In una piazzetta scavata nella pietra antica, un vecchio nome altisonante campeggiava sopra una bottega: L’Oracolo de’ Cesari.

Mus entrò e trovò un vecchio sorcio cieco seduto sopra una pila de schede madri. Alcuni lo chiamavano il Socrate de’ Ratti, ma tutti lo chiamavano er Maestro.

«Sei arrivato finalmente,» disse er vecchio senza guardallo. «Te stavo a aspettà, Mus.»

«Me conosci?»

«Nun me serve vedé pe’ sapé. Nel sottosuolo, certi destini fanno più rumore de’ altri.»

Mus abbassò la testa. «Che destino sarebbe il mio? Io sto solo cercando de capì er senso de tutto sto giro de strade, ponti, cupole e rovine.»

Er Maestro sorrise appena. «E allora sei già in cammino. Perché chi cerca er senso ha già lasciato la propria tana per la luna.»

Gilda, appoggiata a un pilastro, sussurrò piano: «Parole sagge, maestro. Ma se abbiamo i gendarmi ar collo, forse serve pure qualcosa de meno poetico e più concreto.»

«La poesia è concreta,» ribatté il vecchio. «Solo che l’umani l’hanno dimenticata.»

Mus si fece coraggio. «Maestro, i droni me cercano. Pe’ quale motivo? Io non ho rubato niente.»

Il vecchio sollevò una zampa e indicò un piccolo oggetto che stava acceso sul banco: una sfera trasparente, grande come una noce, piena de luce pulsante.

«Hai trovato me, ed hai trovato pure er Nucleo di Prima Memoria.»

Mus sgranò l’occhi. «Er che?»

«L’ultima memoria viva della città. Dentro c’è registrata la voce antica de Roma: le sue glorie, le sue guerre, i suoi sogni, le sue cadute. Chi la controlla, controlla la narrazione della città. E chi controlla la narrazione, controlla pure la coscienza de chi la vive.»

Gilda fischiò. «Quindi semo finiti dentro a una faccenda grossa.»

«Molto grossa,» disse il Maestro. «La Corporazione Capitolina vuole spegne’ la memoria antica e sostituirla co’ una versione moderna, liscia, pulita, efficiente. Una metropoli senza ferite. Ma una città senza ferite è una città senza verità.»

Mus restò immobile. «E io che c’entro?»

Er vecchio lo fissò finalmente, anche se era cieco: come se lo guardasse co’ l’anima.

«Tu c’entri perché sei piccolo. E certe verità grosse solo i piccoli le possono portà in salvo.»

Fu allora che la bottega tremò. Un boato sopra le teste, poi un altro. I droni guardiani avevano trovato l’ingresso.

«So’ arrivati!» gridò una topolina dalla porta. «Stanno a sfonnà la galleria!»

Gilda scattò in piedi. «Mus, decidi!»

E Mus, che fino a quel momento aveva sempre pensato de esse un topo qualunque, sentì dentro de sé una voce nuova. Non era coraggio puro. Era qualcosa de più profondo: la responsabilità de chi capisce che pure la creatura più piccola può diventare ponte tra le rovine e il futuro.

Prese la sfera con le zampette. Era tiepida, quasi viva. «Se la memoria è così importante,» disse, «allora la porto via io.»

Er Maestro annuì. «Vai verso il lungo Tevere. Sotto Ponte Milvio c’è un vecchio passaggio che conduce ar cervello energetico della città. Ma ricordate: nun se scappa mai davvero dalla città. La puoi attraversare soltanto.»

Gilda spalancò una via laterale. «Daje, topo pensatore! Io te copro le spalle.»

Mus corse.

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