L’appartenenza non è solo condividere la stessa casa. È avere gli altri dentro, come radici nella stessa terra.

 

Un tempo, nelle campagne di Sardegna, bastava uno sguardo per cambiare un destino. Non c’erano firme, né documenti.
C’era la parola data e quella bastava. Così nascevano i fillus de anima. I figli dell’anima.

Bambini che lasciavano una casa senza perderla davvero e ne trovavano un’altra pronta ad accoglierli.

Non era abbandono. Era un modo per resistere.

 

Mia nonna Giulietta era una di loro.

 

Nacque in anno che sembrava voler cancellare i bambini. Un tempo in cui la terra aveva smesso di dare risposte. Da mesi il cielo restava chiuso, avaro, ed i campi intorno al paese si erano piegati in un silenzio secco, fatto di crepe e polvere. L’acqua era diventata una promessa lontana e la malaria era una presenza quotidiana, invisibile e ostinata, che entrava nelle case come un’ombra che non sempre usciva.
La terra era secca, la malaria una presenza costante.

 

Giulietta venne al mondo leggera, fragile, con un pianto sottile. Le donne che l’aiutarono a nascere si scambiarono uno sguardo rapido: prudenza, attesa. Affezionarsi troppo presto, allora, poteva essere una colpa.

 

Eppure lei restò. Nonostante la febbre, la fame, le estati cattive.
Restò. Ma non bastava restare.

Quando il corpo cedeva, passava da una casa all’altra. Dai genitori, agli zii e poi ancora dai genitori.
Una porta si chiudeva, un’altra si apriva.

Due cucine. Due odori. Due modi di essere chiamata a tavola.

 

Non me lo ha mai raccontato come qualcosa di straordinario. Per lei, in fondo, era la vita.

Io, da bambina, pensavo fosse una fortuna avere più amore, solo quando sono cresciuta ho capito che avere due radici significa anche non appartenere mai fino in fondo a una sola terra.

A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se quella porta non si fosse aperta.

Se qualcuno, quel giorno, avesse detto no.

La sua vita sarebbe stata certamente diversa, quella di mia madre anche ed io, forse, non sarei qui. O sarei diversa.

 

È strano pensare che tutto quello che siamo può nascere da un gesto piccolo, quasi invisibile.

Una porta aperta in silenzio, una bambina che attraversa una soglia e il mondo, senza fare rumore, cambia direzione.

 

Da qualche parte, dentro me, quella porta è ancora aperta.

E forse è per questo che credo che l’appartenenza non sia mai una sola.

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