Missione di pace in territorio di guerra.

Il tuo contingente in un luogo che rifiutavo di immaginare.

Avevo perso la voglia di mangiare, ma il mio profilo aumentava di volume sotto la spinta di una vita nuova. Le mie giornate ordinavano le ore intorno alle tue chiamate. E poi il telefono poggiato sulla luna piena del mio ventre mentre intonavi un canto, sempre lo stesso, alla nostra creatura ferma ad ascoltare. Non avrebbe mai dovuto arrivare quell’annuncio. Ingoiato in un attentato.

Mi raggiunse, orfano solitario, il tuo canto. Non si interruppe più nella mia testa, nel mio cuore. Era come se si fosse aperto un orecchio misterioso, interno. Doveva essere come quello di Beethoven, che sentiva la musica anche quando era diventato sordo.

Precipitate le lancette del tempo, avrei voluto poggiare la mia vita su un vecchio mobile e dimenticarmi persino di spolverarla. Ma c’era Jordi, che presto portò la luce nelle mie albe spente che non volevano diventare mai giorno.

Si è impegnato a crescere tra latte e lacrime. Deciso e allegro, sotto la sua fronte bianca e morbida di bambino porta in giro il tuo sguardo fiero.

Oggi fanno cinque anni che veniamo a trovarti nella città dei dormienti. Improvvisamente Jordi mi guarda e intona la tua melodia, in perfetto sincrono con quella del mio orecchio nascosto.

Mi perdo e ritorno. Respiro forte per accogliere l’incredibile mistero di vita con cui sei riuscito a legarci in un sempre fuori da ogni dimensione. Rammento ad un tratto il sapore buono della felicità.

Jordi sorride mentre tiene a bada il regalo che abbiamo pensato di dedicarti in quest’anniversario. Scodinzola e ha orecchie grandi. Scommetto che indovini come lo chiameremo.

 

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