La prima volta che misi piede nel Real Albergo dei Poveri, a Napoli, dopo tanti anni d’abbandono non sentii paura: sentii rispetto. Come quando entri in casa d’altri e ti accorgi che pure l’aria tiene memoria.

 

Fuori c’era la città con il suo frastuono allegro e stanco, i motorini che tagliavano i pensieri, le voci della città che si chiamavano da un balcone all’altro. Dentro, invece, il rumore cambiava consistenza: diventava più lento, come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo. Mi fermai un attimo sotto un’arcata e mi uscì a mezza voce una frase che non dicevo da anni: «Permesso.»

 

E mi parve giuro  che il palazzo rispondesse. Non con parole, ma con un colpetto di vento tiepido, una carezza di polvere che si alzò e poi ricadde, ordinata, come se avesse ricevuto istruzioni.

 

Camminavo senza fretta lungo quei grandi corridoi. Guardavo le pareti e mi sembravano piene di impronte invisibili, come quando passi una mano su un tavolo e scopri che qualcuno è stato lì poco prima di te. Poi lo sentii.

 

Un canto.

 

All’inizio era un mormorio, appena accennato. Pensai a un televisore lontano, a una radio dimenticata. Ma non era così. Il suono veniva da tutte le direzioni e da nessuna: dalle crepe, dalle cornici, dai gradini consumati. Era come se il palazzo, invece di avere un cuore, avesse una gola.

 

Seguii quel canto finché arrivai a una sala ampia, una di quelle stanze che sembrano fatte per le adunanze e invece si sono riempite, nel tempo, di assenze. Là dentro, lungo il muro, c’erano loro: le povere creature.

 

Non avevano ali, non avevano corna, non facevano paura. Avevano addosso una povertà particolare, come una coperta troppo corta: ti copre dove non serve e ti lascia scoperto proprio dove fa più freddo. Erano piccole, certe quasi bambine, ma negli occhi tenevano una serietà adulta, quella che ti viene quando impari presto a non sprecare niente, nemmeno la speranza.

 

Una di loro, seduta più avanti, mi guardò come se mi avesse già visto altre volte.

 

«Ué» disse. E lo disse senza malizia, come un saluto vecchio. «E che si’ venuto a fa’?»

 

Non mi aspettavo me lo dicesse, eppure mi sembrò la cosa più naturale del mondo: come se quel posto, per parlare davvero, dovesse farlo nella lingua che regge meglio il peso delle giornate.

 

«Ho sentito il canto» risposi. «Mi ha tirato qua.»

 

Lei inclinò la testa, contenta a metà.

 

«Allora sì ‘nu tipo buono» mormorò. «Chillo ca sente, nun è mai scemo.»

 

Le altre creature non parlavano tutte insieme, però tutte respiravano nello stesso tempo. Il loro canto non usciva dalla bocca: usciva dalle mani, dai gomiti, dai piedi scalzi appoggiati alle pietre. Come se per loro la musica fosse un modo di restare attaccate al mondo.

 

Mi sedetti a terra, senza capire perché mi sembrasse giusto farlo. La creatura davanti a me tirò fuori da sotto la stoffa una medaglietta opaca, senza lucentezza. Me la mise sul palmo, come si fa con una moneta quando non vuoi farla cadere.

 

«Accattate ‘sta cosa» disse. Poi scosse il capo subito, come per correggersi. «No, che dico… nun se compra. S’adda tené.»

 

La medaglietta era opaca. Aveva inciso un segno che assomigliava a un orecchio, ma anche a una conchiglia.

 

«Che cos’è?» chiesi.

 

«È ‘na chiave» rispose, semplice.

 

«E apre che cosa?»

 

Lei mi fissò come si guarda uno che ha fatto una domanda troppo elegante.

 

«Apre ‘a parte toja ca s’è fatta sorda» disse. «Quella che, pe campà, s’è imparata a guardà senza vedé.»

 

Mi venne d’abbassare gli occhi. Perché lo sapevo che era vero. Quante volte mi ero convinto che “non posso fare niente”, e l’avevo chiamato realismo, quando in realtà era solo comodità.

 

Il canto intanto cambiò, si fece più chiaro. Dentro ci sentii una frase, spezzata, ripetuta, come un ritornello che non vuole perdere il passo:

 

– Nun ce chiamate voci… chiamatece Rap. – 

 

Rimasi fermo, con la pelle d’oca.

 

«Rap?» sussurrai.

 

Una creatura più piccola, quasi un’ombra con un cappuccio enorme, alzò un cucchiaio di legno come fosse un microfono.

 

«Sì» disse. «Simm’ parole piccerelle se ci ascolti, diventiamo grandi.»

 

La creatura che mi aveva parlato per prima allargò le mani, come se stesse mostrando il palazzo intero.

 

«Stu posto» disse, «ha visto gente senza nome, senza pane, senza voce. E ogni vota che uno di noi moriva…» si fermò un secondo, e la parola successiva le uscì più piano, «…nu poco ‘e canto restava ‘ncuollo ‘e muri. Comme ‘a sugna ‘int’ ‘o rruoto, capisce? Nun se ne va cchiù.»

 

Mi venne da ridere e piangere insieme, perché quel paragone domestico, di cucina, era così napoletano e così vero che rendeva il soprannaturale una cosa da credere senza sforzo. Il fantastico non stava in loro: stava nel fatto che io, finalmente, lo prendevo sul serio quelle creature.

 

Dal corridoio arrivò un suono secco: passi. Poi una voce, lontana.

 

Le creature si irrigidirono tutte, come gatti quando sentono aprire un portone.

 

«Stanno turnanno» disse quella davanti a me. «E nun è pe nuje.»

 

«Chi?» chiesi.

 

Lei fece una smorfia.

 

«Quelli che veneno cu ‘e parole belle» disse. «‘O recupero, ‘a valorizzazione… e intanto se portano via ‘o silenzio, ‘a pazienza, ‘o rispetto. Quelli che misurano tutto e nun sentono niente.»

 

La luce di una torcia strisciò sul pavimento e arrivò fino al bordo della sala. Io mi voltai di scatto. Le creature non scapparono: si alleggerirono. Come se qualcuno avesse abbassato il loro volume, proprio come era successo all’inizio col palazzo.

 

In pochi secondi restò solo la stanza vuota, e il canto diventò un rumore d’aria, un’impressione fastidiosa nelle orecchie.

 

La torcia mi trovò.

 

«Oh!» disse un uomo, con la voce di chi non vuole sorprese. «Che ci fai qua dentro?»

 

Mi si seccò la bocca. Pensai a mille scuse, e scelsi l’unica vera.

 

«Mi sono perso» dissi.

 

Lui mi squadrò. Un altro uomo, accanto, guardò le pareti come se cercasse graffiti, guasti, colpe. Mi accompagnarono fuori con quel modo svelto di chi ti sposta senza cattiveria, ma anche senza cura.

 

Quando varcai di nuovo la soglia d’uscita del palazzo, Napoli mi investì con la sua vita piena. Eppure, dentro quel rumore, io continuavo a sentire il ritornello, come se mi fosse rimasto infilato tra le costole.

 

– Nun ce chiamate voci… chiamatece Rap. – 

 

– Nun chiamateci  voci… chiamatece Rap. – 

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