3

 

Il giorno dopo vado a comprare le trappole e le sistemo ai quattro angoli della casa. Un paio le metto all'interno del magazzino vicino alla casa. Sono trappole fatte apposta perché il topo mangi l’esca, ma muoia in un altro luogo e non dentro la trappola stessa. I giorni successivi non vedo più i ratti in giro e, per un attimo, penso che il problema sia risolto. Ma qualcosa non mi convince. C'è qualcosa che non mi quadra: in altri casi ci vuole più tempo per debellarli. I topi spariscono troppo in fretta. Poco dopo, mentre passo dietro la casa, trovo qualcosa che mi blocca. Tra l'erba, ci sono delle tracce di sangue e qualcosa di strano: dentro il cassonetto dell’organico trovo delle code tagliate. Code di topo, incontestabilmente. All'inizio non riesco a credere a quello che vedo, ma le tracce sono chiare e non posso ignorarle.

Tornato in casa, decido di indagare ulteriormente. Quando entro in cucina, trovo mia madre intenta a lavare un coltello nel lavello. Mi avvicino al frigo e guardo dentro: non c’è più carne. Mi ricordo benissimo che non c’è più nulla, perché l'ho visto io stesso, giorni prima, quando ho preso l'ultima confezione di carne per cucinare. Eppure, c’è quel coltello, quel sangue. Che cosa ha macellato mia madre con quel coltello?

Un brivido mi corre lungo la schiena. Cerco di non fare domande, ma il sospetto che qualcosa non vada mi assale. I ratti sono spariti, sì, ma ora il mio dubbio è un altro: come sono davvero spariti? I miei hanno mangiato i topi?

Per qualche giorno non vado a fare la spesa, e anche questo mi sembra strano: di solito, ogni giorno mi mandano a prendere qualcosa da mangiare. Mi sembra strano che, dal giorno in cui i ratti spariscono, per tre o quattro giorni non mi chiedano di andare al supermercato.

Possibile che abbiano catturato i topi e poi se li siano mangiati?
Impossibile! E poi sono due anziani che di sicuro non hanno la forza e l’agilità per fare una cosa del genere. Continuo a pensare che comunque sia successo qualcosa: non mi salutano più come prima quando torno a casa, e stanno sempre a guardare la TV, come non hanno mai fatto prima.

 

4

 

Un giorno capita una cosa molto strana, più di tutto quello che è già successo. A casa viene a cena mia sorella con un tizio che non ho mai visto. Dice che è il suo nuovo datore di lavoro. 

«Che lavoro fai ora?» le chiedo. 

«Lavoro per le farmacie, e lui è un rappresentante di una ditta per cui lavoro.»

Il tizio si presenta, ma poi, per tutta la durata della cena, non spiaccica una parola. Quando la cena finisce, vedo che va di là con i miei, e io resto a tavola con mia sorella. 

«Allora, come va col nuovo lavoro?» 

«Tutto bene,» dice.

Lo dice con un tono neutro. Di solito, quando parla con me, è più espansiva; non è mai stata così fredda. Non dice più nulla e poi se ne va col tizio.
Quando se ne va, vedo che lui dice a mia sorella:

«Sbrigatevi…»
Poi, quando si accorge che sto ascoltando, si blocca, come se volesse dire altro. Poi non rivedo più quel tizio.

I giorni successivi rimugino su quella frase pronunciata dall’uomo:
«Perché quell’uomo, a cena, vi ha detto di sbrigarvi?»
«Non so a cosa ti riferisci,» mi dice mia madre, e torna a guardare la TV.
Mio padre invece non dice nulla, come al solito.

 

5

 

Questa notte non riesco a dormire. Da ore sento dei rumori provenire dal corridoio, come passi lenti, trascinati. A volte credo che siano solo le assi del pavimento, altre volte penso che sia qualcos’altro. Forse Zampa.
Ma Zampa non c’è più da giorni. È sparito, come i topi.

Poi, verso le tre, sento la maniglia muoversi. Lentamente. La porta si apre piano, con un cigolio che mi paralizza. E allora li vedo: mia madre e mio padre.
Hanno in mano due coltelli da cucina. Li riconosco subito: sono gli stessi che hanno usato, forse, per i ratti. La lama di quello di mia madre luccica nella penombra. Resto immobile, fingo di dormire. Ma loro avanzano lo stesso, piano, senza parlare. Il pavimento scricchiola sotto i loro passi.
Allora mi alzo di scatto, il cuore mi batte così forte che temo possano sentirlo.

«Che fate?» riesco a dire. 

Mia madre abbassa il capo. Mio padre inspira, poi parla con una voce che non gli ho mai sentito. 

«Non abbiamo più niente da mangiare.»

«Ma… ma io sono vostro figlio!»

«Appunto,» dice lei, e sorride.

«È giusto che tu ci nutra. È la legge della casa.»

In quell’istante capisco che non stanno scherzando. Si avvicinano, lentamente, i coltelli nelle loro mani. Il loro respiro è corto, affannato. Hanno fame, una fame che non è più umana.

Faccio un passo indietro, inciampo nel comodino, urlo. Mi getto verso la finestra, la spalanco e senza pensarci mi butto. È il primo piano, cado male, sento un dolore alla caviglia, ma mi rialzo.

Dietro di me, dalla finestra, vedo i loro volti che mi osservano, immobili.

Corro nel giardino, poi lungo la strada, scalzo, senza sapere dove andare. Il cielo è limpido, la luna enorme, come un occhio bianco che mi segue. Penso che forse da lassù qualcuno mi stia guardando, qualcuno che capirà tutto.

Non torno più a casa.

Ma a volte, di notte, sento ancora quel cigolio.

Come se la porta si aprisse piano, dietro di me.

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