Di me amerò sempre la fanciullezza. La speranza, che alla fine è davvero l’ultima che se ne va. Quegli occhi lucidi un tempo di sogni e ambizioni, che oggi appaiono sfocati sotto il peso dei tormenti. L’ingenuità che ancora mi caratterizza dopo tanto, la schietta sincerità che troppo spesso mi rende invisa agli altrui occhi. Il cuore che mi ostino a donare a qualunque essere vivente mi mostri dolcezza. Nel buio di una stanza incontro la me bambina, sorride e quel sorriso mi spezza: cosa dirle, cosa dire a colei che crede nelle favole, nei fiori parlanti del fantastico giardino di Alice nel paese delle Meraviglie? Cosa potrei dire a una bambina, è solo una bambina, che piangeva perché lei credeva nelle fate. Ma non le vedeva. Non le vedeva mai. 
Non è colpa tua, le dico, perché sempre sentirà il peso di eventi che non sarebbero mai dipesi da lei. 
In fin dei conti, lei era a scuola quel giorno. Eppure sentiva, a soli tre anni, tutto il peso del mondo. Schiacciante, che tutto spazzava via. E spazzava via la cucinetta con la quale preparava un fittizio caffè con la serenità e l’immaginazione che solo una bambina di tre anni poteva avere. E spazzava via i sogni e le speranze e quei giochi puerili che troppo la distraevano dalla missione che si era decisa a trascinare. 
Dove erano finite le fate? Dove gli gnomi del Fantabosco, dove Odette che cantava con Derek un canto di vero amore? 
Solo una bambina

Non vista, sola, troppo distratta appariva la vita di fronte alle incombenze. Le incombenze, gli eventi, il tormento che tutto macinava, che strillava, che sbatteva i piedi sul tavolo, che scriveva su muri un tempo lindi sui quali lei mai avrebbe osato posare la matita. Il tormento che rubava il tempo, che rubava l’amore, quell’amore ottenuto a suon di eccellenti imprese. 
Perché così mi amano, perché così mi guardano. Solo se valgo.

Non vista, sola, come poteva pensare che, goffa com’era, potesse avanzare passi di danza su punte sanguinolente di piedi deboli, su caviglie deboli. 

Non vista, sola, non c’è tempo, devo studiare, e così rinchiuse gli anni della giovinezza china con lena leopardiana su tomi gravosi. 

Non vista, sola, e prima i tic, poi la precisione, poi la maniacale necessità che tutto, tutto, fosse sotto il suo controllo. 
Poi le mani, poi le ferite. Poi i rituali e il rimuginio e quel continuo cercare in acqua e sapone una pace che non c’era. 

Perché non c'è pace per chi non esiste (agli occhi altrui).

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