Il mediatore non fa assolutamente nulla, scruta ognuna delle persone sedute a cerchio, cercando di carpire il loro stato d’animo e chi avrebbe potuto prendere la parola.

“Mi chiamo Lela, sono qui perché ho avuto un problema con mio padre. Lui non mi ha mai vista. E io mi sono arrabattata per tutta la vita a farmi vedere da lui.”

Bianca percepisce che Lela non vorrebbe fare pause, come se avesse rotto la sua personale diga, non si aspetta che nessuno dica niente, è lei che deve parlare.

“Non penso che mio padre non mi volesse bene, ma proprio non gli interessavo. Mia madre doveva pensare a far sì che l’ingranaggio “famiglia” funzionasse alla perfezione. Io dovevo essere brava a scuola, brava in chiesa, brava a casa delle altre persone, e poi una brava fidanzata per un “buon” fidanzato e poi ancora una brava moglie e una brava mamma per un bravissimo figlio, e ripercorrere la “carriera” di mia madre”

Bianca sorride nel vedere Lela virgolettare le parole con il gesto delle due mani. Per un istante i loro sguardi si incrociano e anche Lela sembra sorriderle. 

“quando poi mio padre ha avuto, avrebbe avuto, meglio dire, tempo per me, si è ammalato di Alzaimher e se prima non fossi stata interessante per lui, adesso sarei piano piano sparita definitivamente. Ogni mio tentativo di farmi notare adesso sarebbe stato vano, inutile, faticoso. E faticosamente mi sono occupata di lui, ma non come avrei voluto perché in me covavo la rabbia della ragazzina che dal suo personalissimo palco della vita saltava con le mani alzate per richiamare gli sguardi su di sé. 

E ora, da quale persona andrò in cerca di attenzioni?”

Bianca ora vorrebbe abbracciare Lela. Ma è un istante solo.  Lela chiede di uscire un attimo per prendere una boccata d’aria.

 La porta si chiude delicatamente.

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