Anna gli disse che avrebbe fatto quello che le pareva: saltare nelle pozzanghere, scrivere poesie, mangiare dolci fino a crepare, dormire con i gatti e con gli uomini. Sandro rispose che non gliene fregava nulla, che, anzi, non capiva proprio perché glielo dicesse. Per lui poteva anche buttarsi dal terrazzo o dalla finestra, oppure, se preferiva, sotto il treno. Lei precisò che una cosa è mangiare caramelle e scopare, l'altra è suicidarsi. Lui fece spallucce e uscì.

La sera era fredda e nebbiosa. Sandro si avviò alla ferrovia che correva parallela alla statale. Si mise a camminare sulle rotaie. Sbandava nell’oscurità, inciampava nelle traverse dei binari. Il treno sbucò da dietro la curva, prima del passaggio a livello. Lui si accovacciò per terra e pregò mamma sua che lo aiutasse a raggiungerla nel Cielo. Il rumore della frenata lo disturbò. I fari negli occhi, gli uomini che lo sollevarono, i poliziotti, gli infermieri, i giornalisti. Tutti lo disturbarono. Ritornò a casa. Anna non c’era, la sua roba nemmeno, i gatti miagolavano. Lui versò la scatoletta di paté nella ciotola. Si fece la doccia, cambiò abito, scarpe. Ritornò alla ferrovia. Quando vide sbucare i fari ringraziò mamma sua per non averlo abbandonato e si buttò.

Anna lo seppe dal quotidiano locale. Indossò l’abito rosso scollato e si presentò all’obitorio. L’addetto la squadrò da capo a piedi.

“Si può salutare?” Chiese lei.

“È una parente?”

“No”.

“E allora?”

“Un’amica”.

“Ah”. Disse lui e le fissò le gambe abbronzate.

“Quindi?” Chiese lei.

“No”.

Uscì dall’obitorio. Posteggiò la macchina accanto al passaggio a livello, camminò sui binari. Scrutò la massicciata. Raccolse una pietra, la osservò con cura, la sistemò nella borsa. Quando sentì il fischio del treno ritornò alla macchina. Arrivata a casa trovò i gatti che miagolavano. Versò la scatoletta di paté nella ciotola. Andò in camera da letto, mise la pietra sul comodino. Ripose l’abito rosso nell’armadio e si infilò sotto le lenzuola.

 

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