Da bambino qualche volta mi avventuravo nell'officina di mio padre, che per me era una specie di parco giochi, pieno di cose affascinanti e misteriose. Ricordo soprattutto l'odore di “morchia”, un impasto di olio motore esausto e polvere che avvolgeva gran parte dei motori del tempo e necessariamente si trasferiva a tutta l'officina, sporco e odore tanto da obbligarmi a “stare attento” a non insudiciarmi troppo (raccomandazione inutile ovviamente!)
Imparai anche una importante lezione di filosofia spicciola da mio padre che, dopo tanti anni di lavoro, non amava più immergersi, soprattutto in quelle macchine in cui i lavori erano complicati da una progettazione troppo complessa o da materiali di scarsa qualità.
Così ogni tanto esprimeva la sua frustrazione con quella che io chiamo come “la gerarchia delle colpe” che riassumo qui sotto:


(recitata necessariamente sotto una macchina francese anni ‘70 oppure un furgone diesel  grondanti di olio annerito dai fumi di zolfo tanto da rendere impegnativo usare gli attrezzi senza farseli scivolare di mano)


<<Io non ce l'ho mica con chi le fabbrica (loro le fanno nuove, mica se ne accorgono)

Ma nemmeno con chi le vende (loro non lo sanno mica che c'è dentro)

E neanche con chi le compra (questo qui vende le scarpe al mercato, che vuoi ne sappia)

Io ce l'ho con chi le ripara!

Se quando arriva il cliente tutti rispondessero "io non ci metto le mani!"
Stai tranquillo che starebbero più attenti tutti questi pezzi di ...>>

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