Maledetto treno, più si avvicinava a quella stazione e più mi rendevo conto di essere una traditrice. L'unico uomo che avevo mai amato, fin da quando la mia giovane età me lo imponeva, era diventato per me un ricordo da cancellare, eliminare inesorabilmente. Per lui non provavo più quello che forse quindici anni prima mi aveva portato a lasciare la mia famiglia, la mia casa; tutto quello che per una ragazzina di venti anni è vita, aria.

Scendo, mi aspetto di vedere il mio amante da un momento all'altro; cerco una maglietta arancione; ricordo solo quelle parole. Ed eccolo lì, di fronte a me, nel caldo di una stazione gremita di persone che vanno e vengono. Mi saluta, un bacio sulla guancia e lo seguo come se non ci fosse mai stato nessun altro nella mia vita. Uno scambio di sguardi intimi e erotici ci tiene compagnia durante l'attesa della metro che ci porterà al suo quartiere. Baci rubati nel collo, emozioni che fatico a reprimere; parole superflue, dette per alleggerire il momento, troppo intimo per entrambi.

Sono lì a casa sua, nuda; era questo il mio scopo, capire se veramente fossi in grado di fare una cosa simile. Aimè, mi resi conto che quella doccia, quei momenti, furono fatali. Fecero scaturire nella mia mente tutta una serie di dubbi che non tenni in considerazione fino a quando non mi addormentai tra le sue braccia, stanca dalla lotta fisica e sensuale che si svolse tra noi.

Un insieme di emozioni, rubate l'uno all'altro, una carnalità troppo seria per non essere considerata. Mi stavo innamorando, senza avere la più pallida idea di come avrei affrontato chi quella sensualità l'aveva tenuta per se. Mentre rientravo, sullo stesso treno, speravo di non essere scoperta in una simile azione. Bologna mi riaccoglie, tace, è complice di quello che sarà. Quando lo rivedo, spero solo che non abbia capito; i miei occhi parlano troppo per essere quelli di sempre, ma lui non vede; mi bacia e ritorniamo a una realtà ormai persa, compromessa; finita.

Non lo amo più.

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